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Questo articolo è stato pubblicato il 18 ottobre 2011 alle ore 13:55.

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Andrea Zanzotto (Space24)Andrea Zanzotto (Space24)

Non era riuscito a rispondere alle centinaia di telegrammi che erano arrivati nella sua casa di Pieve di Soligo, Andrea Zanzotto, per rallegrarsi di quei 90 anni, compiuti il 10 ottobre, che aveva raggiunto continuando a leggere versi, a fare note a margine dei libri, a cibarsi delle informazioni scientifiche che erano la sua passione. Decine di bigliettini e di disegni di bambini sono rimasti appesi alla cancellata della sua villetta di Pieve di Soligo: la moglie, Marisa Michieli, e i figli, Giovanni, 51 e Fabio, 50 anni, avevano tentato di preservarlo dall'entusiasmo dei festeggiamenti che lo avrebbe stancato oltremodo.

Ma l'usuraio atroce, come Andrea Zanzotto definì il tempo nella poesie "De senectute" (da «Conglomerati», Mondadori, 2009), ha finito di erogare il suo prestito. Il poeta solighese è morto attorno alle 11 di martedì 18 ottobre, all'ospedale di Conegliano per una crisi respiratoria. Aveva acqua nei polmoni, avrebbe dovuto fare comunque degli accertamenti di routine, ma il medico ha preferito ricoverarlo.

Lucido fino all'ultimo, innamorato della notizia dei neutrini che viaggiano a una velocità superiore alla luce, continuava a compulsare riviste e libri. Per la Domenica del Sole aveva accettato poche settimane fa di registrare i versi di alcune sue poesie preferite e tra queste aveva scelto proprio "De senectute", che parlava della vecchiaia. A reggergli il microfono era stato Francesco Carbognin, studioso della sua poesia, curatore dell'edizione di "Sull'altipiano" (Manni) e di molti interventi a video e a stampa del poeta. Zanzotto aveva recitato i suoi versi con passione, con la esse e la cantilena veneta che rendeva la durezza di ciò che declamava, un po' più morbida, un po' più arrotondata.

Chi scrive lo ricorda accogliente nella sua casa, con lo sguardo vispo e sornione, dietro una scrivania carica di fogli. Affamato di vita, aveva chiesto di essere portato sul Col Visentin, vicino alla sua Pieve, meta di tante scampagnate giovanili. Ma le condizioni fisiche gli impedivano anche il giretto attorno alla sua casa che faceva di consueto. Puntava dritto lo sguardo senza nessuna esitazione, fino a che il tempo non lo azzannava e gli chiedeva conto delle energie prosciugate. Aveva parlato di quei tanti scritti, da cui si era separato con difficoltà, ma della cui destinazione andava fiero. Era diverso da molte foto d'antan: molto smagrito con lo sguardo fiero sotto una cuffia di lana, che strideva con la sua autorevolezza. Era una uomo che aveva faticato molto. Era cresciuto facendo il capofamiglia, visto che il padre era un antifascista ed era al confino. Da ragazzo aveva subito l'umiliazione di fare lo sguattero in Svizzera per rimediare ai tanti debiti che la guerra aveva estorto alla famiglia. Era stato un grande lavoratorea: spesso a mezzanotte con la moglie, anche lei laureata in lettere, dopo le fatiche quotidiane, si mettevano a tradurre i testi dal francese. Del Nobel, di cui spesso si ventilava l'arrivo, non gliene importava davvero nulla. Lo considerava un premio politico, che veniva assegnato a seconda di come tirava il vento.

Da oggi gli toglieranno l'epiteto "vivente", alla qualifica del più grande poeta italiano. Ma questo resterà, un grandissimo poeta. Al di là di qualsiasi diatriba letteraria o personale la carta parla per lui. E se volete lasciarvi cullare dalla sua voce andate sull'archivio del sito del Sole 24 Ore nella rubrica "Rima Privata" e digitate il suo nome. Sarà un bel commiato per voi e per lui.

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