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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2011 alle ore 08:14.

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Nonostante Ermanno Rea ci abbia raccontato la morte della fabbrica nella Dismissione (2002), la letteratura industriale è più che mai viva. Certo non siamo nel periodo aureo degli anni 50-60, quando i libri di Volponi e Ottieri, di Fortini e Balestrini animavano il dibattito sulle aziende e sul ruolo degli intellettuali all'interno di esse. Tuttavia mai come in questo periodo i problemi del lavoro, probabilmente perché esasperati dalla crisi di risorse e di identità in cui versa l'Occidente, rappresentano un tema di rilevanti proporzioni, che il Premio Strega nelle ultime due edizioni ha giustamente onorato con Acciaio di Silvia Avallone, Storia della mia gente di Edoardo Nesi (vincitore) e Ternitti di Mario Desiati. Che ci sia un notevole interesse intorno a questo fenomeno lo dimostra anche una serie di iniziative: mi riferisco, per soli cenni, al «Premio Biella Letteratura e Industria» (l'unico in Italia) o al sito www.houseorgan.net, curato da Giorgio Bigatti e Carlo Vinti con lo scopo di schedare i periodici finanziati dalle imprese, ancora in attività o conclusi.
La sfida che si presenta a chi si cimenta con questo tipo di letteratura non è tanto il bisogno di descrivere fedelmente la fabbrica, magari con l'obiettivo di evidenziarne difetti e contraddizioni, come accadeva, spesso con un pregiudizio ideologico, all'epoca della ricostruzione e del benessere. E nemmeno la necessità di testimoniare/documentare la vita di tute blu e di colletti bianchi: quella, per intenderci, che ci è stata raccontata, tanto per citare libri paradigmatici, da Giancarlo Buzzi nel Senatore (1958), da Ottiero Ottieri in Donnarumma all'assalto, da Paolo Volponi in Memoriale (1962), da Goffredo Parise nel Padrone (1965), da Primo Levi nella Chiave a stella (1978). Oggi, insomma, i narratori interessati alla cultura industriale ci restituiscono il senso di una metamorfosi, le ragioni di un profondo mutamento antropologico (oltre che economico) che non hanno soltanto inciso sul destino dei singoli individui, ma sulle categorie interpretative attraverso cui narrare di aziende quando ormai sono mutati scenari e prospettive. Se l'icona della fabbrica non è sopravvissuta all'usura del tempo (e con essa anche la classe operaia e le periferie urbane), dinanzi agli occhi degli scrittori si aprono traiettorie che conducono in direzioni impreviste e talvolta spiazzanti. Per esempio, le lotte sindacali, che avevano animato l'autunno caldo, mentre a Nanni Balestrini avevano fornito l'occasione per un romanzo della contestazione come Vogliamo tutto (1971), una decina di anni fa sono state trasfigurate in chiave omerica da Alberto Bellocchio nel poema Sirena operaia (2000).
Un cambiamento di simili proporzioni, che segna un'evoluzione nel genere della letteratura ispirata al capitalismo, è piuttosto indicativo del modo di porsi nei confronti di una stagione memorabile. E non è certamente l'unico. Altri se ne potrebbero evocare. Raffaele Nigro ci consegna in Malvarosa (2005) l'immagine della fabbrica cimiteriale: stiamo alludendo all'Italsider di Taranto che è al centro anche del più recente Vicolo dell'acciaio (2010) di Cosimo Argentina. Se poi leggiamo le peripezie narrate da Francesco Dezio in Nicola Rubino è entrato in fabbrica (2004), non possiamo non ricordare, almeno in termini ideali, che esse sono figlie di Tuta blu (1978), il libro di Tommaso Di Ciaula, più graffiante dal punto di vista del linguaggio, ma egualmente esasperato.
Non dissimile è il discorso sulle nevrosi operaie, all'interno delle quali viene da pensare alle diverse analogie, fatte le debite proporzioni, tra le drammatiche confessioni di un Albino Saluggia (il personaggio di Memoriale) e l'andamento monologante con cui Dante Maffia dà fiato al protagonista del suo Milano non esiste (2009).
Sia quando gli scrittori a noi contemporanei tornano sul "già detto", variandone cadenze e stili, sia quando esplorano soluzioni del tutto nuove (penso a Massimo Lolli che con i suoi libri testimonia dell'avvenuto passaggio dal romanzo industriale al romanzo aziendale), bisogna aver chiaro che al tradizionale concetto di fabbrica si va attribuendo un nuovo significato, un volto inedito, per cui si può davvero parlare di letteratura post-industriale. Siamo tutti consapevoli di trovarci in una fase abbondantemente al di là rispetto alle severe critiche mosse da Vittorini nel celebre numero del «menabò 4» (1961). Mentre l'autore di Conversazione in Sicilia, in quella sede, definiva le officine un «mondo imposseduto» dagli scrittori (perché osservato ancora secondo prospettive naturalistiche, finalizzate a fornire «documenti»), nessuno più sospetta che al racconto di giovani precari, di operai licenziati, di manager in crisi di personalità, alla base insomma di quelle vicende che trovano ospitalità nei centri direzionali o nei corridoi delle multinazionali (non più nei capannoni dai tetti a sega), manchi quell'istanza antropologica, quella capacità di rappresentare le trasformazioni di un territorio a vocazione agricolo-artigianale, come era riuscito a fare Lucio Mastronardi nel Calzolaio di Vigevano, tenuto a battesimo dallo stesso Vittorini, nel 1959, al debutto del «menabò».
Si rende perciò necessario storicizzare tanto il presente quanto il passato: l'uno ancora magmatico, ma già abbondantemente provvisto di elementi destinati al vaglio della critica letteraria; l'altro, bisognoso di recuperi, riedizioni, antologizzazioni. Proprio perché ci troviamo nel territorio della post-fabbrica occorre fare piena luce sui fenomeni di un cinquantennio: da quel perimetro di testi inscrivibili nel "laboratorio Vittorini" (in cui sono compresi autori come Giudici, Mastronardi, Pagliarani, Pirelli) alla galassia di intellettuali che hanno fatto perno intorno ad Adriano Olivetti e alla sua fabbrica-comunità (da Bigiaretti a Buzzi, da Fortini a Ottieri, da Pampaloni a Volponi) o quel sodalizio di poeti e pittori, legato a Leonardo Sinisgalli e ospitato su «Pirelli» e «Civiltà delle Macchine». È tramontata l'epoca in cui scrittori e artisti godevano della fiducia delle aziende e in esse trovavano l'occasione per esprimere il loro talento. Tuttavia di quella stagione felice, l'ultima in cui ai chierici è stata data la chance di edificare la polis, almeno giungono sulle nostre scrivanie i frutti più maturi, i risultati più significativi: come Il padrone di Parise, rimesso in circolazione da Adelphi, forse il capofila dei romanzi sui "colletti bianchi", o come Gymkhana-Cross di Luigi Davì, il libro sulla felicità operaia, accolto tra i "gettoni" nel 1957 e di imminente uscita per l'editore Hacca.

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