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Questo articolo è stato pubblicato il 30 ottobre 2011 alle ore 08:15.

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Dimenticare o ricordare? Oblio o memoria? Come si convive con profonde lacerazioni e conflitti sanguinosi? Il Novecento, ma non solo, è stato attraversato da guerre tra popoli e guerre civili, da regimi violenti e brutali, da rivolte e rivoluzioni, da pulizie etniche e stermini fino all'apogeo terribile della Shoa. A tutti questi lutti ( in senso lato) "si deve" porre rimedio affinché la comunità umana proceda in un cammino di speranza.
Ma come, appunto? Stendendo un velo come è stato fatto in Spagna per lungo tempo, oppure onorando solo i vincitori, o ancora accomunando, a tempo debito, anche i vinti? Le strade sono molte, ricorda Giovanni De Luna, offrendo una ricognizione affascinante delle vie della memoria: a volte monca, a volte selettiva, a volte retributiva dei torti. I monumenti, i toponimi, i sacrari sono i luoghi classici del ricordo. Da sempre sono utilizzati per tramandare ai posteri gli episodi cruciali e i grandi personaggi. In questi ultimi decenni è però emerso qualcosa di diverso. A partire dagli anni Ottanta si è andato affermando quello che De Luna chiama il «paradigma vittimario», vale a dire la rivendicazione di una sorta di retribuzione, nella memoria collettiva, da parte di coloro che hanno subito qualche abuso. Il percorso che porta ad affermare la «centralità delle vittime» parte dalla definizione giuridicamente rilevante della vittima fornita dall'Onu nel 1985 . Da quel momento in ogni latitudine proliferano «memorializzazioni» delle vittime. In Italia, nell'ultimo decennio, sono stati istituiti per legge cinque giorni della memoria – e molte di più sono le proposte giacenti in Parlamento – e sono state attivate o ripristinate altrettante giornate celebrative. Il recupero del ricordo e la sua curvatura vittimaria contengono tuttavia un rischio: quello dell'appiattimento della prospettiva storica e persino il tentativo di sovrapporsi a essa e di condizionarla, affastellando giudizi sommari e svarioni fattuali. Un rischio favorito dall'assenza di una memoria condivisa, a cui questi tentativi "ope legis" non portano alcun contributo.
All'assenza di una memoria condivisa e quindi di attori collettivi che possano parlare nella sfera pubblica in nome di tutti gli italiani si è rimediato, in piena sintonia con un carattere nazionale profondo, con la «privatizzazione della memoria» (ed anche del dolore). Questo grazie alla combinazione di due fattori diversi: la disponibilità del mezzo televisivo come platea per l'espressione individuale dei propri casi dolorosi, del proprio essere vittima; e uno spirito dei tempi giustamente definito come l'età del narcisismo, dove l'io prevale su tutto il resto. De Luna ripercorre negli ultimi capitoli una storia ignota della televisione dove affiorano trasmissioni come La mia guerra, andata in onda nel 1990 su Rai Tre, nata dalle 10.000 e più lettere che i telespettatori avevano inviato per raccontarsi, e dalle quali erano state prodotte 50 interviste (una sorta di archivio di Pieve Santo Stefano in audiovisuale). Il mezzo proietta in una dimensione pubblica le storie private e individuali in cui ognuno ha il suo piccolo o grande torto da rivendicare.
Questa individualizzazione della memoria confligge però, almeno in linea di principio, con una memoria collettiva e condivisa. E proprio su questa antinomia si è incagliato il nostro Paese.
Abusando delle suggestioni offerte da De Luna si potrebbe affermare che la politica del periodo post-1994, invasa dalla Tv e dall'ipertrofia dell'io, sia tutta intessuta di rivendicazioni particolaristiche e vittimarie, con i padani sfruttati dagli oziosi meridionali, con le fattive e industriose partite Iva tartassate dal fisco, con i paladini della legalità vittime delle prevaricazioni del Cavaliere, e così via.
Tutte espressioni rancorose di ingiustizie, di torti, di soprusi che non riescono a trovare "soddisfazione" in un terreno di norme e pratiche condivise. L'Italia di oggi è preda di mille rivendicazioni individuali e private che frantumano il quadro d'insieme di una nazione; e non si sa come ricomporlo. O meglio: un barlume di speranza si intravede, se si pensa alla ricezione del 150°, molto più partecipata del previsto, grazie anche all'impegno del presidente Giorgio Napolitano.
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Giovanni De Luna, La repubblica
del dolore. Le memorie di una Italia divisa, Feltrinelli, Milano,
pagg. 202, € 15,00