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Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2011 alle ore 15:27.

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David Robert Jones nell'ufficio della Gem a Regent Street (fotex/hudalla)David Robert Jones nell'ufficio della Gem a Regent Street (fotex/hudalla)

Che cosa pensa del proprio talento un artista prima che il successo mondiale gli sorrida? E ancora, mentre lavora a un'opera che di lì a qualche mese o anno si rivelerà un capolavoro assoluto, fino a che punto è consapevole dell'importanza di quanto sta facendo per i contemporanei e per le future generazioni? Due interrogativi che si portano dietro complesse riflessioni sull'arte che tutti vorrebbero produrre nell'epoca della celebrità che non si nega a nessuno.

Due domande che nel novembre del 1971, esattamente quarant'anni fa, sarebbe stato interessante rivolgere a David Robert Jones, meglio noto con il nome d'arte di David Bowie.

Proprio in quei giorni questo ventiquattrenne inglese con alle spalle già quattro interessantissimi album, un bel po' di singoli ma una sola vera hit («Space Oddity»); questo rocker irrequieto che si era lasciato alle spalle con disinvoltura l'attitudine mod, l'infatuazione folk e la contaminazione psichedelica; questo ragazzo tanto sveglio da anticipare (e imporre) le mode, se ne stava rinchiuso nei Trident Studios di Londra con il fidato chitarrista Mick Ronson a scrivere una pagina fondamentale di storia della musica popolare e non solo. Erano i giorni della lavorazione di «The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars», manifesto del glam rock e più in generale del trasformismo musicale la cui lezione è ancora viva, vitale e luminosa.

Il libro dei sogni. Arcana ne approfitta per mandare in stampa l'opera che l'«Observer» ha definito «il libro dei sogni» che ogni fan vorrebbe sul comodino: il monumentale «Any day now» di Kevin Cann (euro 39.50, pp. 336), biografia che si concentra sugli anni londinesi di Bowie spaziando dalla di lui nascita all'uscita di «Diamond Dogs» (1974). Il titolo è un'azzeccatissima citazione di un brano di Burt Bacharach. L'autore colui che per 20 anni ha curato l'archivio del Duca Bianco, raccogliendo memorabilia (dalle locandine ai biglietti dei concerti, passando per copertine e ritagli di riviste) e innumerevoli fotografie. A cominciare da quella di Bowie a sei mesi, bellissimo, paffuto e sorridente; o come quella del suo certificato di nascita e della casa in cui nacque, al numero 40 di Stansfield Road a Brixton, poco distante da Londra. «Questo bambino è già stato su questa terra. Si vede dagli occhi, sono quelli di chi la sa lunga», disse la levatrice alla madre. Valle a dare torto…

L'ascesa di Ziggy. Solo un artista che la sapeva lunga poteva infatti mettere da parte per un attimo Bowie – con i pur ottimi pezzi che fino a quel momento aveva scritto come «The Man who sold the world» e «Life on Mars?» - e trasformarsi in Ziggy Stardust, un nuovo sé stesso (un avatar, diremmo oggi) che era tutto un programma: un giovane che grazie a un aiuto marziano (la fantascienza tirava parecchio in quel periodo) diventa l'ultima rock star di un mondo sull'orlo dell'apocalisse. Accanto a lui, una band di ragni interplanetari che sembra avere come unico scopo quello di rivitalizzare la baroccheggiante scena musicale dei primi Seventies. Il big bang è rappresentato da questo concept album che verrà pubblicato nel giugno del '72. Una delle migliori metafore di sempre sul ruolo dell'artista e quell'«accidente» chiamato celebrità.

Undici perle per l'«Uomo delle Stelle». L'operazione Ziggy - che all'epoca fece entrare Bowie per la porta principale nel gotha mondiale del rock - ci ha lasciato un'eredità di undici brani di rara intensità: dalle epiche «Five years» e «Rock ‘n' roll suicide» alla scanzonata «Soul love», dal proto-punk di «Suffragette City» alle malinconiche «Starman» e «Lady Stardust». Poi c'è il pezzo che dà il nome all'anti-eroe rock adottato dagli extraterrestri, raffigurato chitarra in mano «a far l'amore con il suo ego», a far proseliti «come un messia lebbroso». Piuttosto ingombrante per essere una seconda identità, tanto che il lucidissimo Bowie dovrà sbarazzarsene inscenandone addirittura la morte, nel '73 sul palco dell'Hammersmith Odeon di Londra. Non gliene vogliate, lui è fatto così: appena tocca l'apice deve voltare pagina, tentare una strada nuova, una sfida inedita. Tanto più che senza la «morte» di Ziggy non avremmo avuto la trilogia berlinese, capolavoro insuperato della produzione del Duca Bianco.

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