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Questo articolo è stato pubblicato il 08 gennaio 2012 alle ore 14:51.

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Tra tutte le ragioni che possono avere spinto l'autore del Nome della rosa (1980) a licenziarne, trent'anni dopo, un'edizione "riveduta e corretta", credo non debbano escludersi gli intensi rapporti da sempre intrattenuti con i suoi traduttori. Un indizio ce lo fornisce egli stesso, nella Nota in calce al volume, nel riferirci le considerazioni del suo editore americano, la leggendaria Helen Wolff, riguardo all'impatto dei testi in latino presso i lettori del Nuovo Mondo.

Fu questa, per Eco, una concreta verifica, ante litteram, della sua teoria della "traduzione come negoziazione", alle prese con William Weaver, traduttore ideale, se mai ve ne fu uno, di alcune tra le voci più significative della letteratura italiana del Novecento. Da allora, in particolare per l'opera narrativa, Eco fornisce ai suoi traduttori un dossier di istruzioni, di godibilissima lettura, riguardanti il contesto storico, culturale, linguistico, i riferimenti bibliografici, citazioni e parafrasi, possibili varianti e alternative equivalenti, così che certe soluzioni possano tenere conto delle specificità di ciascuna tradizione letteraria.

Ne segue un dialogo ininterrotto fino alla pubblicazione, durante il quale i traduttori sottopongono all'autore dubbi riflessioni proposte, che magari prima hanno rimbalzato tra di loro, perché dai tempi della Rosa hanno formato una comunità riunitasi anche in convegno. Mi viene da pensare a un sedimento di tutte queste sollecitazioni che un giorno emerge a dettare qualche correzione al testo d'origine. E non solo del Nome della rosa.

D'altra parte non sarebbe la prima volta che la questione della traduzione gioca un ruolo nel destino editoriale del prodotto letterario. Pensiamo a che cosa è capitato a Vladimir Vladimirovic Nabokov all'indomani della pubblicazione di Lolita (1955), che gli procurò fama universale e imperitura ricchezza. La fame endemica degli editori, in attesa del prossimo capolavoro in lingua inglese, lo costrinse a attingere al tesoretto in lingua russa, forte di una decina di titoli, tra cui Invito a una decapitazione (1938) che infatti vede la luce in versione inglese già nel 1959 da lui stesso curata.

In seguito però, nonostante vivesse in America da quasi vent'anni e avesse già pubblicato in inglese, consapevole dell'importanza delle sfumature lessicali e non solo, per la traduzione dei suoi libri dal russo richiede l'aiuto di linguamadre americani, fino ad affidarsi esclusivamente all'unigenito Dmitri. Analogamente e per le stesse ragioni ritenne di tradurre personalmente Lolita in russo (1965). Così che gli editori, assieme ai filologi, devono tenere conto talvolta di due lezioni dello stesso testo, con la regia, e a volte l'intervento diretto, di Dmitri, che al trilinguismo del padre aggiunge l'italiano, affinato qui da noi in una giovanile carriera lirica di basso mozartiano.

Milan Kundera, a sua volta, è protagonista di una radicale svolta editoriale nella seconda metà degli anni '80 dello scorso secolo, grazie al successo internazionale de L'insostenibile leggerezza dell'essere (1984) che gli conferisce un diverso potere contrattuale nei confronti degli editori. Convertito alla francofonia, membro del comité de lecture di Gallimard, nel rileggere alcune sue traduzioni è preso da furore, specie al cospetto di certe tournures volte, nelle intenzioni, a migliorare il testo originale. In precedenza, in tutta Europa i suoi libri erano stati acquistati da diverse case editrici, ma ora elegge un unico editore in ciascun Paese e impone traduttori di sua fiducia, per i nuovi libri e le eventuali ritraduzioni.

Ma i lettori della prima ora, e sono legioni, di Lolita, del Valzer degli addii e del Nome della rosa avranno sentito davvero il bisogno di rimuovere dagli scaffali e dalla memoria le vecchie, usate edizioni?

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