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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2012 alle ore 08:14.
Roland Bainton è stato un grande e generoso uomo di scuola e di studi, aperto a chiunque si rivolgeva a lui. Lo attesta il suo archivio al l'Università di Yale, ricco di una corrispondenza vastissima. E ci sono le testimonianze dei suoi studenti, che amavano quel professore in bicicletta (uno di loro lo definì «Man of vision, legs and heart»). Il suo nome è la miglior garanzia per il lettore che sa di avere davanti l'offerta di una lettura appassionante, in uno stile così chiaro e piacevole che si esita di fronte al compito di alzare la barriera di una introduzione proprio all'ingresso di un libro particolarmente importante nel percorso intellettuale e umano di Bainton: quello su Michele Serveto. I due nomi del biografo e del biografato formano oggi un tutto inscindibile. L'eretico e ribelle spagnolo mandato al rogo nel Cinquecento e l'appassionato storico e combattente per la libertà di coscienza del XX secolo formano una di quelle coppie che nascono in certi casi quando lo storico incontra un altro essere umano al di sopra dei secoli e sa restituirgli vita e giustizia.
I lettori italiani lo leggono a distanza di un abbondante mezzo secolo dalla sua pubblicazione (1953). Bisogna dunque informarli almeno sui rapporti che tanto Serveto quanto Roland Bainton hanno avuto con la storia e la cultura degli italiani. L'Italia ai tempi di Serveto era un'espressione geografica che indicava un'entità dalle lontane e nobili origini: presente tradizionalmente negli aggiornamenti dell'enciclopedia geografica di Tolomeo, toccò proprio a Serveto fornire una descrizione della sua realtà moderna da affiancare a quella antica. Lo fece nell'edizione della Geografia che pubblicò sotto lo pseudonimo di Michele Villanovano (un segno dell'attaccamento al luogo natio, Villanueva de Sijena presso Saragozza). Qui si legge una descrizione vivissima non solo dello spazio geografico ma anche degli esseri umani che lo abitavano: gente che sembrò a Serveto diversa e divisa, non solo politicamente ma per maniere, lingua, abbigliamento. Molte le divisioni e le ostilità tra una regione e l'altra: il disprezzo dei napoletani per i calabresi, dei calabresi per i pugliesi, dei romani per tutto il sud, dei toscani per i romani: tutti uniti solo nel disprezzare e deridere i "barbari" non italiani. Una descrizione ricca di stereotipi: come quello che faceva dei toscani gli eredi della "superstizione etrusca", o come quello allora molto diffuso della scarsa attitudine degli italiani alla guerra dove, secondo Serveto, non valevano molto nel confronto alla pari. Quanto alla religione, lo colpì l'abitudine generalmente italiana del bestemmiare orrendamente Dio e di abusarne il nome giurando e spergiurando. Erano impressioni ricavate da conoscenze personali assai limitate, secondo il tipico costume dei viaggiatori di ogni tempo di ricavare certezze e giudizi generali da poche esperienze. Serveto conobbe l'Italia nel corso del viaggio che lo condusse a Bologna tra il 1529 e il 1530 da dove proseguì poi verso il nord. Ma i giudizi che ne dette furono netti e vividi e ci danno dell'autore l'immagine di un uomo dominato da forti interessi religiosi e da un ardente amore della giustizia. Parlando di quella che già allora era generalmente chiamata America, Serveto si rifiutò di usare questo nome che gli sembrò un torto fatto al vero scopritore Cristoforo Colombo; e, percorrendo la Germania, descrisse la miseria intollerabile dei contadini ricordando che per questo si erano ribellati ai nobili.
Anche Roland Bainton attraversò rapidamente l'Italia: lo fece quattro secoli dopo Serveto, nel 1926 mentre, insieme a sua moglie, dedicava un anno di ricerche con una borsa della Fondazione Guggenheim a investigare e ricostruire le tracce dei protagonisti storici della lotta per la libertà di coscienza: Sebastiano Castellione, David Joris, Bernardino Ochino, Michele Serveto – uno per ogni nazione europea. Era nato in Inghilterra nel 1894, figlio di un pastore congregazionalista poi emigrato in America per aver preso posizione contro la guerra dei Boeri. Pastore e deciso pacifista anch'egli, era tornato in Europa nel 1918 come volontario in un corpo di quaccheri dediti a servizi di assistenza. Quando giunse in Italia aveva iniziato da anni la sua attività di docente di Yale che doveva accompagnarlo per tutta la vita e garantirgli stima generale nel mondo degli studi e grande popolarità tra gli allievi. Non sappiamo che impressione gli facesse il nostro Paese, come nel 1529 anche allora uscito da una fase devastante di guerra e di lotte sociali e politiche, chiuse con la vittoria del regime fascista.
Il giovane Bainton, deciso pacifista, aveva avuto la sua esperienza europea tra il 1918 e il 1919; ma fu solo nel corso del 1926 che esplorando sistematicamente biblioteche e archivi europei toccò anche l'Italia. Ma, mentre in Inghilterra, in Francia, in Svizzera e in Germania ebbe contatti con studiosi e uomini di cultura, in Italia, Paese di cui non conosceva la lingua, si limitò a ricerche d'archivio e per il resto condusse con la moglie una vita da turista americano: visite di chiese e musei, teatri d'opera. Della vita sociale registrò nei suoi diari episodi di arretratezza e di violenza: una banda di mendicanti aggressivi a Fiesole, un gruppo di bibliotecari della Nazionale di Firenze a bocca aperta davanti alla sua macchina da scrivere americana. Sul tetto del Duomo di Milano, in una foresta gotica di angeli e santi, notò la presenza di una rivendita di panini e vino, cartoline e chincaglieria devota: una religione italiana dove le tracce di una grande tradizione remota finivano in un presente di miseria, superstizione e prepotenza politica. Solo più tardi, l'invito di Delio Cantimori a consentire alla traduzione in Italia del libro su Bernardino Ochino dette a Bainton l'occasione di un dialogo con una voce italiana sui temi che gli appartenevano. E fu in quel dialogo che la questione della religione italiana gli fu chiarita da un interlocutore da lui tanto diverso ma a lui legato dalla ricerca sugli eretici come fondatori della libertà religiosa: Cantimori spiegò a Bainton che in Italia la parola stessa aveva un significato diverso da quello usato nel resto del mondo occidentale. Per gli italiani «la parola "religione" equivale non a "cristianesimo" ma a "frequenza alle cerimonie cattoliche"». Un tratto comune dei rapporti con l'Italia dell'eretico spagnolo del Cinquecento e del suo biografo del Novecento sembra dunque quello della pessima impressione che ebbero ambedue della vita religiosa e della società italiana. Ma ce n'è un altro che li accomuna: tanto Serveto quanto Bainton hanno trovato in Italia attentissimi lettori, sensibili alle idee di libertà religiosa. L'occasione di questa traduzione va colta per ricordare questa vicenda, ben nota negli studi. Come osservò quasi un secolo fa Earl Morse Wilbur, l'importanza storica degli scritti di Serveto «consiste quasi unicamente nella influenza da essi esercitata sugli italiani» dato che nel mondo protestante tedesco furono immediatamente ricercati e distrutti. Col procedere delle ricerche, questa convinzione ha trovato nuove conferme talché oggi si può dire che l'eredità intellettuale di Serveto fu raccolta, difesa e approfondita specialmente dagli italiani. E se furono soprattutto italiani i lettori e i seguaci del Serveto eretico, anche il Serveto martire trovò fra gli italiani uomini capaci di dar vita a una battaglia di scritture per denunziare l'abuso della forza in questioni di coscienza.
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