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Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2012 alle ore 12:23.

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Ho davanti agli occhi le facce dei ragazzi che scavano nel fango, con pale e secchi, per ripulire Monterosso. Tirano fuori i banchi dalla chiesa e li mettono al sicuro. Altri svuotano negozi, sgombrano bar, si muovono tra una ruspa e l'altra. Ringrazio Niccolò Zancan, inviato della «Stampa», per avermi condotto per mano con il suo racconto in mezzo «alle facce stupende e alle voci acerbe» di quei ragazzi partiti di prima mattina da Levanto con stivali e maglietta di ricambio.

Sono nato a Spezia e ho passato le mie vacanze a Lerici tutte le estati fino a quindici anni. Almeno un paio di volte, da giugno a settembre, si andava in gita con la famiglia e altri amici alle Cinque Terre. Le casette di Monterosso, una macchia di colori pieni di vita, il verde dei vigneti e il mitico Schiachetrà, vino dolce amabile, il mare blu cobalto «guardato a vista» dai crinali scoscesi della costa, uomini e donne di poche parole: tutto ciò è entrato dentro di me da bambino, in modo naturale, come lo sono cose e persone care.

Per questo, forse, quei ragazzi di Levanto che spalano il fango a Monterosso mi sembra di conoscerli da sempre. Sono figli di un popolo, la gente di Liguria, che «nasce con il mare davanti e i monti alle spalle» e che si ritrova, come dice Marco Buticchi conoscitore in profondità di queste terre, immediatamente di fronte a un bivio: «per vivere si prende il mare o si valicano i monti». E lo fa, aggiungo, a voce bassa, senza mai scomporsi, con quei tratti gentili ma duri che trasmettono sicurezza e incutono «un rispettoso silenzio» anche ai turisti più chiassosi. Monterosso e la sua gente non meritavano di finire sotto un mare di fango che arriva a portare anche la morte.

Purtroppo non è solo colpa della violenza della natura. Mi torna davanti agli occhi una scena di molti anni fa. Piazza di Sant'Andrea della Valle a Roma, civico 6, sede dell'Arel, un palazzone con molto travertino bianco. Ricordo due gambe accavallate, lo scatto in piedi, e una domanda retorica che aveva la forza di una sentenza: «Lo vuole capire o no che i problemi dell'economia sono essenzialmente problemi di manutenzione?». A emettere la sentenza era Nino Andreatta, un democristiano anomalo che non c'è più e ha dato molto a questo Paese, si riferiva all'acqua e al Mezzogiorno. Aveva ragione lui, la sentenza vale oggi anche per Monterosso e le mille bombe a orologeria che attraversano il territorio italiano. Nella manutenzione mancata di grandi e (soprattutto) piccole cose di ogni giorno c'è la metafora etica di un Paese e riguarda tutti.

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