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Questo articolo è stato pubblicato il 14 febbraio 2012 alle ore 22:32.

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Arrivati a quest'ora nessuno avrà più dubbi a riguardo: quello di quest'anno è proprio il festival della grossa crisi, dell'austerity e del rigore. Che fatalmente si portano dietro imprevisti tecnici e circostanze non troppo fortunose.

I comici si disperano per la «perdita» di Silvio Berlusconi e invocano un umorismo «tecnico», le soubrette si infortunano e il sistema di voto al servizio della giuria demoscopica s'inceppa. Nella serata del blitz in Riviera delle Fiamme gialle impegnate a scovare eventuali evasori fiscali e dell'incredibile forfait - causa problemi muscolari - della top model ceca Ivana Marzova, Sanremo riparte dalla scherzosa disperazione di Luca e Paolo, comici protagonisti dell'edizione 2011 e stavolta ospiti d'onore, impegnati in una curiosa versione di «Uomini soli», la canzone dei Pooh che ha vinto nel ‘90 adesso dedicata ai comici orfani di Berlusconi. Ce n'è per tutti, la Dandini, la Guzzanti, Fazio, Nanni Moretti, Luciana Littizzetto. Non ci sono più cattivi, «le battute su Schettino hanno rotto già il belino», «non si può far battute sui tassisti, sui Saviani e i giornalisti» sono alcuni dei passi della canzone che si chiude con una preghiera rivolta al Cielo: «te lo chiedo inginocchiato che ritorni quel pelato».

Poi una citazione dell'intervento di Roberto Benigni dell'anno scorso, con Paolo come impossessato da Benigni che mitraglia sinonimi degli organi genitali e un lungo pezzo, condito da «sti c… zi, sulle tasse, il canone Rai («ma si può pagare il canone per vedere Giletti?»), l'orgoglio di essere italiani e una rilettura ironica del «Va' Pensiero». Un prologo insolitamente lungo, con l'inevitabile riferimento a Celentano sfidato da Luca e Paolo con un silenzio di qualche minuto, un omaggio al «Fantastico» e alla celebre frase alla lavagna. Poi l'ingresso di Gianni Morandi, saluti di rituale e il lancio della coreografia «lunare» di Daniel Ezralov ispirata al film di Stanley Kubrick «2001: Odissea nello spazio».
Nel segno dell'austerity anche Rocco Papaleo: arriva sul palco dell'Ariston con il Loden di Mario Monti e si definisce un conduttore «tecnico». «Guarda Rocco, che se il festival va male la tua carriera è rovinata» gli ha detto ironicamente Morandi.

Papaleo, com'era prevedibile, da subito sembra il personaggio in grado di dare un tono diverso al festival. Per quanto riguarda la gara canora, tra i primi a esibirsi si segnala Noemi, molto credibile nell'interpretazione di «Sono solo parole». Buon prodotto «La tua bellezza» di Francesco Renga. Dolcenera propone «Ci vediamo a casa», non troppo originale, mentre Samuele Bersani, in «Un pallone», abbina una strofa non immediatissima a un ritornello decisamente «easy listening».

Poco dopo el 22 arriva Adriano Celentano e sono applausi.
Sirene, fragore di esplosioni, fiamme, le immagini che si ribaltano mentre le comparse si accasciano al suolo e aerei bombardano l'Ariston, che esplode mentre tutti fuggono. Immagini potenti - alcune simulate, altre
storiche come quelle dello sbarco in Normandia - introducono
l'ingresso in scena del supermolleggiato. Cita Don Gallo, gli operai sulla torre a Milano, gli ultimi degli ultimi e il teatro esplode per i battimani. Duetta con Elisabetta Canalis nelle vesti dell'Italia, lei recita così così, ma lui poi canta ed è sempre il solito mito di sempre. Duetta dal pubblico anche con Pupo in un finto scontro a proposito del Referendum bocciato dalla Consulta e di popolo sovrano. Interviene nella piece anche Gianni Morandi e fra i tre artisti è il crescendo.

Celentano non ha risparmiato neppure «Giornali inutili come Avvenire,
Famiglia Cristiana andrebbero chiusi definitivamente», perché si occupano di «politica» anzichè «di Dio e dei suoi progetti»

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