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Questo articolo è stato pubblicato il 26 febbraio 2012 alle ore 08:20.

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Non si scorge traccia della modernità dalla piazza della Rosa dei venti, sulla sommità di Dougga. Né i rarissimi visitatori possono disturbare l'atmosfera sospesa nel tempo di quella che è stata probabilmente la prima capitale del regno di Numidia, uno dei più suggestivi siti archeologici della ricchissima, e sconosciuta ai più, Tunisia romano africana.
Rimasta sepolta per oltre un millennio sotto un villaggio di contadini al cui centro spuntava inosservato il frontone del tempio capitolino, Dougga è di una bellezza che toglie il fiato. Nel suo letto di terra l'antica città berbera si è meravigliosamente conservata. Il turismo di massa e lo sviluppo non l'hanno toccata, tanto che si può passeggiare per le sue strade millenarie come immersi nei secoli passati.
L'ultima famiglia di contadini fu spostata nel 1960 e oggi il tempio dedicato alla triade protettrice di Roma, mai caduto a dispetto dei secoli, svetta glorioso tra le splendide rovine che degradano su una vasta campagna punteggiata di olivi e campi arati. Il granaio di Roma. Al suo fianco, nel foro, come se niente fosse, il tempio consacrato al culto del re berbero Massimissa. Questa città fondata nel 1800-1600 a.C. fu infatti un esempio di tolleranza e di coesistenza pacifica. «I romani distrussero solo Cartagine – spiega Mustapha Khanoussi, conservatore del sito di Dougga per oltre 15 anni –. Sotto Tiberio un gruppo di romani venne a installarsi a Dougga (allora chiamata Thugga) e per due secoli ci fu una coabitazione: i coloni erano cittadini, mentre la popolazione berbera non aveva gli stessi diritti, ma era libera. Poi progressivamente anche gli autoctoni ricevettero la cittadinanza romana e nel 250, sotto Settimo Severo, le due comunità si fusero». Nel frattempo, nel tessuto urbano numidico vennero via via introdotti elementi romani, le terme pubbliche, il tempio capitolino, le fontane, e uno splendido teatro da 3.500 posti, fra i meglio conservati d'Africa. Fu finanziato da un autoctono divenuto cittadino romano e proprio qui fu trovata un'iscrizione bilingue in lingua punica e numida (ora conservata al British Museum). Stele di rosetta dell'Africa nordoccidentale, permise di decifrare l'alfabeto berbero, che a Dougga fu inventato.
E se su questa collina a tre ore di auto da Tunisi i templi delle due religioni ufficiali restano eretti, ma vuoti, vi sono antichi riti pagani che hanno resistito a cinque secoli di cristianesimo e a 14 secoli di islam. A Lalla Mokhola, spirito della sorgente e protettrice degli abitanti della città è dedicato, in un'inscrizione latina, l'acquedotto. Il suo mito risale perciò almeno al 184 d.C. e la sua festa è ancora celebrata alla fine di ogni primavera, quando una folla variopinta si riunisce per un sacrificio di polli, capre e montoni. Tutto l'anno le ragazze del posto che desiderano un figlio si rivolgono a lei perché doni loro la fertilità e le spose si recano al suo santuario per offrirle candele. Al limitare dell'abitato si trova poi un mausoleo libico punico che è uno dei rari esempi dell'architettura regale numidica. Risalente al III, II secolo a.C. e alto 21 metri, fu distrutto nel 1842 da un console britannico che voleva prelevare un'iscrizione. Venne rimontato grazie ai disegni del conte Camillo Borgia che nel primo '800 rimase affascinato da quelle architetture semisepolte.
Le iscrizioni di cui la città è ricchissima hanno permesso di ricostruire con insolito dettaglio la storia dei secoli fiorenti di Dougga (all'ingresso del sito archeologico si può acquistare l'ottima guida di Mustapha Khanoussi, che le ha studiate per anni), dove abitavano 5mila persone. Ciò che le iscrizioni non spiegano è però il suo misterioso declino, nel IV secolo d.C. «Le fogne – spiega Khanoussi – si sono via via ostruite, l'acquedotto e gli altri servizi pubblici che facevano funzionare la città sono andati in disuso, i ricchi si sono trasferiti in campagna e lentamente la città è stata seppellita». Nell'urbanistica dell'ultimo periodo vi sono tracce di interessi privati che hanno prevalso su quelli pubblici, una delle possibili ragioni della decadenza. Qualcosa di molto simile a quel che è accaduto alla Tunisia odierna – ci fa capire Khanoussi – dopo 23 anni di dittatura di Ben Ali e i 40 ladroni, come qui hanno soprannominato l'ex presidente e la sua combriccola. La fertile regione di Dougga non si riprese più e oggi, al pari di gran parte delle zone rurali della Tunisia, versa in uno stato di grande povertà.
Un altro sito sperduto nel tempo e dimenticato dai turisti, che dopo la rivoluzione dei gelsomini scarseggiano nonostante non vi siano particolari pericoli, è quello dell'antica Oudna (un tempo chiamata Uthina), 30 chilometri a Sud di Tunisi. Antico agglomerato berbero-punico, Plinio il Vecchio lo descrive come una delle più antiche colonie d'Africa. Le terre possedute da ricchi proprietari cartaginesi furono donate da Augusto ai veterani della XIII legione per ricompensarli. Conobbe la sua età dell'oro nel II e III secolo d.C, quando vi abitavano 50mila persone. Restano un tempio capitolino su tre piani, enormi cisterne e un anfiteatro da seimila posti, il terzo in Africa dopo quello di Cartagine e quello di El Jam, più frequentato dai turisti perché vicino alla costa. Alcuni dei bellissimi mosaici che adornano i pavimenti delle opulente ville e che in parte sono stati solo di recente scavati e mai pubblicati, mostrano scene di battaglie tra orsi, leoni e gladiatori, «testimonianza del fatto che un tempo queste zone erano molto più umide» spiega Habib Ben Hassen Hassine, curatore del sito. Illustrando i superbi mosaici si diverte anche a mostrare i fichi che decorano alcune composizioni: «Catone faceva sempre vedere questi frutti, provenienti dalla Tunisia, ai senatori romani. Loro gli chiedevano se erano commestibili, lui rispondeva che erano freschissimi. Voleva dire che Cartagine era molto vicina. E così convinse i senatori che Carthago delenda est», conclude.

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