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Questo articolo è stato pubblicato il 03 marzo 2012 alle ore 20:33.

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L'Italia, e in grande misura l'intera Europa, deve oggi fronteggiare una sfida non semplice: quella di ritrovare la via della crescita. È una sfida che non può esaurirsi nella messa a punto di vecchi modelli, e che richiede invece in larga misura un atto di coraggio e di visione; due ingredienti che mancano ormai da troppo tempo nelle pentole in cui si cucinano le ricette della politica economica nazionale e continentale. Che la cultura debba far parte in modo importante del nuovo scenario è una opinione ancora minoritaria ma sempre più diffusa; e prova ne è la sorprendente risposta suscitata dal Manifesto pubblicato da questo giornale due settimane orsono, e che è stato sottoscritto entusiasticamente non soltanto da gran parte del mondo culturale italiano, ma anche da esponenti di primo piano della scena europea come il commissario all'Istruzione e alla cultura Vassiliou e il ministro danese della Cultura Elbaek: una eventualità difficile da pronosticare anche per i più inguaribili ottimisti.

Nell'opinione di molti la cultura è tutt'altro che una leva di crescita, è piuttosto un buco che risucchia risorse invece di produrne e che non a caso è quindi destinata a subire tagli selvaggi in tempi di crisi. Ma questo punto di vista, che peraltro fa riferimento a una concezione decisamente obsoleta del ruolo economico e sociale della cultura, è decisamente smentito dai fatti. Come dimostrano gli studi prodotti in questi ultimi anni su iniziativa della Commissione europea, e replicati in modo sempre più articolato e particolareggiato a livello nazionale e regionale, il sistema della produzione culturale e creativa è non soltanto un meta-settore industriale a tutti gli effetti, ma anche uno dei più grandi, superiore per fatturato ai principali comparti del manifatturiero e alla maggior parte dei comparti del terziario avanzato; non a caso, già nel 2005 esso si attestava in Europa a un livello doppio di quello dell'industria automobilistica, un divario che col tempo è andato peraltro ampliandosi piuttosto che ridursi. Non soltanto: questi stessi studi dimostrano chiaramente che la produzione culturale e creativa è uno dei maggiori e più promettenti terreni di coltura della nuova ondata imprenditoriale di prima generazione non soltanto in Europa ma anche in molte economie emerse ed emergenti dell'Asia, e persino in contesti in via di sviluppo come quello africano.

Ciò malgrado, sia in Italia sia in Europa si fa fatica a cogliere il senso di questo scenario e delle opportunità che porta con sé. In Italia, la cultura subisce tagli che rischiano di comprometterne la sostenibilità, mentre nel nostro continente essa stenta a trovare uno spazio e un ruolo all'altezza del suo potenziale nella strategia di Europa 2020, come conferma purtroppo anche l'esclusione del patrimonio culturale dal prossimo Ottavo Programma Quadro della Ricerca e Innovazione; a differenza di quanto accade per settori di attività più legittimati e più strettamente legati nell'opinione corrente ai temi dello sviluppo e della crescita.

È particolarmente singolare che ciò avvenga in un Paese come il nostro, che ha una dotazione di capitale culturale tangibile e intangibile del tutto formidabile e una identità nazionale legata come poche altre alle tematiche della cultura nell'immaginario globale. Le opportunità connesse alla valorizzazione di questo patrimonio nell'ottica di un nuovo modello di crescita sono enormi, e non passano soltanto dal turismo culturale, ma anche e, in prospettiva, soprattutto dalla produzione di cultura: in una fase in cui la ricchezza si genera appunto soprattutto attraverso la capacità di dar vita a piattaforme digitali di contenuti che si inseriscono in modo sempre più immersivo nella esperienza quotidiana di tutti noi - dalla progettazione allo shopping, dall'informazione allo svago, dallo studio all'organizzazione e alla gestione dei processi produttivi -, la 'materia prima' che alimenta queste nuove catene del valore in rapidissima crescita dimensionale ed economica è appunto la cultura in tutte le sue molteplici forme, per cui i Paesi che sono ricchi di patrimonio storico-artistico e sono disposti a mettersi in gioco sulla frontiera dell'innovazione coniugando creatività tecnologica e culturale possono costruire su tali premesse una leadership competitiva che può davvero avviare un nuovo e robusto ciclo di crescita. Non è un caso se economie emergenti quali la Cina o il Brasile stanno investendo sullo sviluppo della propria industria culturale e creativa risorse ingentissime, e se alcune delle economie avanzate di maggior successo e in grande crescita quali ad esempio la Corea del Sud o l'Australia si stanno profilando in modo molto efficace e aggressivo proprio nei settori della cultura e della creatività, attraendo investimenti e talento.

Non è troppo tardi per l'Italia e per l'Europa: ci sono ancora margini per recuperare il terreno perduto, ma c'è davvero poco tempo da perdere. E per vincere questa sfida è necessario in primo luogo superare gli sterili dibattiti circa il ruolo e la responsabilità del pubblico piuttosto che del privato nell'investire in cultura. Tutti e due possono e debbono avere un ruolo ben preciso. Quello dello Stato è investire nei settori che non possono assicurare margini di profittabilità tali da rendere sostenibile un investimento esclusivamente privato, ma che nondimeno sono fondamentali per alimentare le ricerche più innovative e sperimentali dalle quali si approvvigionano le forme di produzione più profittevoli e orientate al mercato. Quello del privato è, da un lato, il sostegno a quelle forme di produzione culturale che si legano in maniera più strategica ai propri settori di attività e ai propri territori di riferimento e, dall'altro, quello di sviluppare il più possibile il macro-settore dell'industria culturale e creativa, fornendo energie imprenditoriali, capitali e talento nella consapevolezza che nell'economia globale dei prossimi vent'anni questo è uno degli ambiti nei quali potremo ancora essere protagonisti, rimanendo sulla frontiera dell'innovazione e competendo su un mercato enorme e in rapida crescita, ricco di nicchie molto diversificate e in alcuni casi decisamente profittevoli. Tanto per il pubblico che per il privato, c'è una responsabilità congiunta nella salvaguardia del nostro patrimonio culturale, che non è soltanto un archivio straordinario e insostituibile di creatività, valori estetici, idee senza tempo, ma anche una materia viva, che continua a costruirsi e a evolvere ogni giorno, sotto i nostri occhi, tanto più quanto più la nostra creatività è all'altezza del passato da cui si alimenta.

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