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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2012 alle ore 08:16.

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È vero che, verso la metà del secolo scorso, i primi ad accorgersi dei bambini autistici sono stati gli psicoanalisti. Ma sono d'accordo con Gilberto Corbellini quando, sollevando un certo putiferio, scrive che gli psicoanalisti che oggi si ostinano a definire l'autismo infantile «una psicosi causata da un'eccessiva freddezza della madre nei confronti del bambino», magari evocando «madri frigorifero» e «fortezze vuote», non sono d'aiuto né ai bambini autistici né alle loro famiglie. E si pongono al di fuori di una comunità scientifica che, pur senza trovare risposte definitive, si è messa a studiare non solo l'attaccamento e le teorie della mente, ma anche le componenti biologiche e genetiche del disturbo. Ed è un peccato che, in una polemica che ancora una volta vede la psicoanalisi sotto tiro, nessuno abbia citato Autismo. L'umanità nascosta (Einaudi, 2006), il bel libro di Barale, Ballerini, Gallese e Ucelli di Nemi, che usufruendo con prudenza delle recenti conoscenze derivate dall'applicazione delle neuroscienze e della psicologia scientifica offre «un'attenta valutazione dei contributi psichiatrici, psicoanalitici e psicoterapeutici, sottolineando la fragilità assoluta della teoria psicogenetica». E sono d'accordo con Corbellini anche quando afferma che un medico dovrebbe «essere in grado di dimostrare empiricamente che le sue cure funzionano». Mi dispiace solo che per esprimere queste posizioni, dai più condivisibili, abbia ecceduto in espressioni svalutative tipo «insidiosa setta» o «zombie intellettuali». Nella guerra delle parole e dei modelli, si può capire che di fronte a certi lacanismi, una mente anglosassone, e per giunta non costruttivista, si senta messa a dura prova.
Ma la mia personalità doppia, di ricercatore empirico e di clinico dinamico, che tanto benefico lavoro quotidiano di integrazione mi richiede (bridging the gap, come si suol dire), si è trovata ad annuire anche leggendo il manifesto degli analisti del profondo, firmato, in ordine non alfabetico, da Bolognini, Argentieri, Di Ciaccia e Zoja, e apparso il 22 febbraio su «la Repubblica». Chiunque faccia il clinico (psichiatra o psicologo, dinamico o cognitivista che sia) sa infatti che «restringere lo studio della mente umana alle sole discipline psichiatriche e neuropsicologiche sarebbe riduttivo e arbitrario». E i filosofi ci insegnano che complessità e non linearità sono concetti che ricorrono nei tentativi di caratterizzare il pensiero scientifico. Ma proprio per questo non condivido la definizione di psicoanalisi come «scienza a statuto speciale». Semmai direi "disciplina a statuto speciale", che se vuole restare nell'alveo delle scienze deve però accettare le regole condivise dalla comunità delle mental health professions, prima tra tutte la verificabilità empirica dei suoi risultati. Non può altrimenti rientrare nel campo delle psicoterapie, quelle discipline cliniche che, in una cornice scientifica, si propongono di accrescere la conoscenza di sé, della propria storia, delle proprie relazioni con gli altri, e di ridurre la pervasività dei sintomi e il peso della sofferenza mentale. Hanno ragione i colleghi psicoanalisti quando affermano che «il recupero di una vivibile soggettività individuale è reso possibile da una relazione complessa e continuativa tra due persone, da un "lavorare insieme" su angosce, bisogni, dolori, desideri non riconosciuti». Non credo però che l'unico modo di "lavorare insieme" sia quello psicoanalitico, e sono rimasto colpito dal fatto che, nel loro manifesto, i colleghi abbiano trascurato la parola "ricerca". Se, come dicono, «oggi la psicoanalisi non è alla vigilia della sua scomparsa», è anche perché ha saputo uscire dal suo «(non troppo) splendido isolamento» (come dice Fonagy), attraverso la ricerca empirica e il dialogo interdisciplinare; e perché almeno i suoi esponenti migliori hanno saputo ritrattare alcune perniciose assurdità per decenni pronunciate su temi quali le sessualità o, ancora, l'autismo. Certo la ricerca empirica non può "spiegare" o "misurare" tutto ciò che riguarda il complesso meccanismo della cura, ma è innegabile che ha iniziato a dare risultati interessanti. Andrebbe incrementata, anche perché aiuta a sviluppare idee nuove e a confutare tesi sbagliate, a capire come funziona il processo terapeutico, a promuovere nuovi tipi di trattamento. In pratica, a salvare la psicoanalisi sia dall'autoreferenzialità sia da molte critiche dei suoi detrattori.
Non credo che il rapporto tra psicoanalisi e ricerca (che in molti casi si traduce nella domanda sull'efficacia della psicoanalisi) possa essere affrontato in modo ideologico (psicoanalisi sì/psicoanalisi no) e con frettolose certificazioni di morte. A mio avviso, anche a livello sociale e culturale, l'approccio corretto dovrebbe essere: di quale modello teorico e clinico di psicoanalisi stiamo parlando? Che le talking therapies funzionino, e che le terapie a orientamento dinamico, almeno per alcune tipologie di pazienti, funzionino come e meglio di altre psicoterapie, è ormai accertato – si vedano, per esempio: I risultati della psicoanalisi, a cura di Leuzinger-Bohleber e Target (il Mulino, 2002); La ricerca in psicoterapia, a cura di Dazzi, Lingiardi, Colli (Cortina, 2006); Psicoterapie, a cura di Gabbard (Cortina, 2010); Psychodynamic Psychotherapy Research: Evidence-Based Practice and Practice-Based Evidence di Ablon, Levy, Kaechele (Humana Press, 2012).

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