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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2012 alle ore 19:05.

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Particolare dal fregio di Beethoven realizzato da Gustav Klimt tra il 1901 e 1902Particolare dal fregio di Beethoven realizzato da Gustav Klimt tra il 1901 e 1902

Esattamente cent'anni fa, all'inizio di aprile, tutta Vienna era eccitata per l'arrivo del Beethoven di Max Klinger. I giornali seguirono passo per passo il viaggio in treno da Lipsia dell'enorme scultura - quattro tonnellate di marmo, bronzo, intarsi in vetro, metallo, avorio e pietre preziose - e Gustav Mahler la celebrò arrangiando l'ultimo movimento dell'Eroica.

Il Dio della musica era il baricentro della mostra organizzata nella Casa della Secessione, trasformata da Josef Hoffmann in un tempio votivo a tre navate. Si inseguiva "l'opera d'arte totale": ciò che Richard Wagner aveva teorizzato come Gesamtkunstwerk, guardando al l'unione delle arti nel teatro dell'antica Grecia (musica, drammaturgia, poesia, danza, architettura, eccetera), doveva essere il faro per un nuovo modo di pensare lo spazio, espositivo e non solo. Con questo spirito Hoffmann organizzò un percorso mistico di quadri e di statue, di affreschi e mosaici, incastonati nell'architettura come le note in uno spartito. Gli autori erano stati scelti tra le migliori forze della milizia secessionista: Koloman Moser, Ernst Stöhr, Alfred Roller, Carl Moll, Friedrich König, Josef Maria Auchentaller, eccetera.

Dal coro si stagliavano due voci. Ovviamente l'idolo di Klinger, messo al centro della navata maggiore come fosse un altare, ma anche la performance di Gustav Klimt, che oggi apre l'esposizione veneziana: un fregio lungo 34 metri avvolgeva la prima stanza, a suon di miti e allegorie ispirate alla descrizione fatta da Wagner della Nona Sinfonia di Beethoven. Su un lato si erge l'Uomo forte e ben armato, cavaliere dall'armatura scintillante con al seguito le Sofferenze della debole umanità, tre figure imploranti che lo inducono a combattere per la conquista della felicità. Alle sue spalle stanno Ambizione e Compassione, sospese in tuniche preziose. Sulla parete successiva campeggia invece il gruppo delle Forze Ostili, ovvero il Gigante Tifeo - un gorilla sdentato «contro il quale gli stessi dei combatterono senza successo» - con le figlie, le tre Gorgoni, in compagnia di Malattia, Follia e Morte. Completano l'allegra compagnia i peccati mortali - Lussuria, Impudicizia e Intemperanza - e il Dolore struggente, scheletrica figura rannicchiata su se stessa. Il Fregio di Beethoven, composto da pastelli colorati, carboncino, intonaco mischiato a sabbia e oro, si conclude finalmente con la parete dedicata alla felicità raggiunta (incarnata nella Poesia), diretta citazione dell'Ode alla Gioia di Schiller con tanto di proverbiale bacio.

Nonostante il lieto fine, in molti rimasero atterriti dall'alto tasso di disgrazie e nudità, tanto da accusare il pittore di pornografia: per qualche giornalista si trattava di «un contributo alla psicopatia pittorica che troverebbe posto in un museo di curiosità etnografiche», con «allegorie ospedaliere» che sarebbero state meglio in un manuale di malattie veneree. In questa oscenità c'erano invece le atmosfere dell'olandese Jan Toorop, autore di scene oniriche popolate di ectoplasmi fluttuanti; c'era il germe dell'Espressionismo europeo; c'erano i demoni dell'inconscio scatenati da Freud. Forse troppo per il perbenismo dell'Impero; forse uno dei motivi dell'incredibile successo della mostra: più di 58 mila visitatori in appena due mesi di apertura.

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