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Questo articolo è stato pubblicato il 08 aprile 2012 alle ore 08:19.

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Se sulla Grande Depressione, a distanza di 80 anni ancora si pubblicano libri su struttura dell'economia, errori dei governanti, conseguenze per i governati, quanto ad oggi è stato scritto sulla crisi finanziaria del 2007 e sulla grande recessione che ne è seguita già eccede le possibilità perfino di chi a questo argomento si dedica a tempo pieno. Per questo il numero di Marzo del «Journal of Economic Literature» pubblica due saggi atti a fornire una picchettatura del territorio, delimitare i confini, e indicare i punti salienti, dai quali, chi vuole, potrà partire per ulteriori esplorazioni.
I due articoli sono molto diversi tra loro. Il primo, di Andrew W. Lo della Sloan school of management del Mit, fornisce sintesi di 21 libri, 11 opere divulgative di economisti accademici, 10 libri economici di giornalisti "da Pulitzer", più uno scritto di Hank Paulson, che da segretario al Tesoro dovette affrontare la prima ondata dello tsunami. Il secondo, di Gary B. Gorton e Andrew Metrick della Yale School of Management, suggerisce dei paper da leggere, 16, scritti da accademici e da regolatori. Il valore di simili esercizi è l'efficienza: quello di Lo, circa 12.000 parole, ha le dimensioni del saggio di una pubblicazione colta; un weekend è il tempo necessario per leggere i 16 paper selezionati da Gorton (ma per un "percorso ridotto" di tre articoli può bastare un pomeriggio).
Per Andrew Lo la situazione è simile a quella di Rashomon, il film del 1950 di Akira Kurosawa: è avvenuto un delitto, ognuno dei quattro che vi hanno in qualche modo partecipato lo narra in un modo diverso, e alla fine non ci resta altro che queste diverse narrazioni. In questo caso, sono tre le diverse conclusioni a cui arriva, dopo 18 mesi, la commissione d'inchiesta del Congresso. E due sono i punti diversi di lettura che propone Andrew Lo, quello degli economisti e quello dei giornalisti. Se questa è stata una guerra, gli economisti sono gli strateghi, i giornalisti i corrispondenti dal fronte. I primi individuano cause e suggeriscono rimedi, i secondi ricostruiscono fatti. Quelli progettano modelli razionali, questi descrivono culture, caratteri, passioni di individui costretti a prendere decisioni in tempi brevi e sulla base di conoscenze imperfette.
Mentre Lo usa il grandangolo e compone un'antologia, Gorton usa una cornice per delimitare il campo – gli anni 2007- 2009 e solo gli Usa – e compone un documentario. Prima fornisce una cronologia e tre resoconti "ufficiali", di Bernanke, del Fmi e della Bri; poi colloca la crisi in una lunga prospettiva storica (quella dei citatissimi Reinhart e Rogoff e del lavoro non ancora pubblicato di Schularick e Taylor); ne descrive i segni premonitori, quindi il panico; le risposte dei governi; e infine i meccanismi di trasmissione al l'economia reale.
Dove conducono queste bibliografie? Quanto vicino ci portano al sacro Graal, la chiave per capire la crisi? Quando leggiamo che tra la crisi e tre degli "errori" più accreditati di esserne stati all'origine – la fiducia nell'ipotesi del mercato efficiente, gli incentivi dei vertici delle banche, la leva eccessiva – non esiste correlazione empirica; o che la regola Sec del 2004, incolpata di aver consentito l'aumento della leva finanziaria, invece diceva tutt'altro; oppure quando vediamo che strumenti di analisi sono l'acrimonia preconcetta di uno Stiglitz, o il pessimismo professionale di un Roubini, troviamo conferma alla convinzione che non esistono fatti ma solo interpretazioni.
La proposta di Andrew Lo di costituire un ente modellato sul National Transportation Safety Board, e di investigare la crisi come si fa per i disastri aerei, così come la stessa pretesa di trovare correlazioni nei dati storici, quali quelli raccolti da Reinhart e Rogoff, ci sembrano figlie di un approccio scientista ai fenomeni sociali che von Hayek ha demolito decenni fa.
Più logicamente consistente appare la conclusione a cui arrivano Jeffrey Friedman e Wladimir Kraus, in un libro del 2011 che, forse per questo, non compare in questa rassegna. Essi osservano che, mentre gli economisti si occupano di comprendere passato e presente, ad essi sovente si chiede di predire il futuro, aiutare la politica a prevenire i disastri, e, se accadono, di porci riparo: questo è infatti quello che ci si aspetta dalla politica nelle moderne democrazie. Ora è vero che sulla base delle conoscenze ex post è sempre possibile individuare misure che evitino, ad esempio, gli inconvenienti della cartolarizzazione, o il formarsi della bolla, ma si cade nell'errore di perdere di vista la natura sistemica della crisi. La crisi è del capitalismo, o dei regolatori, o di entrambi, dato che fanno parte dello stesso sistema? In una democrazia vietare i subprime o la cartolarizzazione è perfettamente legittimo, ma in contraddizione con l'obbiettivo di favorire l'acquisto di case da parte di non abbienti. Predire gli effetti di politiche economiche in un mondo complesso è il problema epistemologico intimamente connesso con le moderne democrazie. E anche restringendo l'osservazione alla sola attività di regolazione, la mole delle disposizioni sull'attività finanziaria ormai è diventata tale che un regolatore, che già deve guardarsi dalle conseguenze inintenzionali dei propri atti, in nessun caso riesce a prevedere le conseguenze del loro interferire con le regolazioni precedenti. Sicché alla fine le crisi appaiono essere la conseguenza della "ignoranza" del regolatore.