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Questo articolo è stato pubblicato il 08 aprile 2012 alle ore 08:22.

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Violetta e Rosetta (nei nomi eccome se c'è un destino) si sono finalmente incontrate. Lei, musicista che fa la regista, sta tutta dalla parte dell'altra. E la vuole innanzitutto in pantaloni: eleganti, bianchi e fluttuanti; controcorrente, sempre. E la isola sul palcoscenico, come al centro di un ring. E la fotografa mentre a poco a poco muore, già da metà opera, come un albero forte capovolto, che si sfoglia. Capita talora che dai Teatri di tradizione, periferici rispetto all'impero delle Fondazioni, guizzino spettacoli innovativi, piccoli capolavori. È il caso di questa Traviata, approdata al Comunale di Bolzano, coprodotta con Modena e Piacenza. La firma Rosetta Cucchi, che di Madamigella Valery spiega pieghe ancora mai avvertite. Non la solita Traviata, no. Nuovissima.
Verdi avrebbe approvato l'impostazione al presente. Era il bandolo della diatriba, già a Venezia, nel 1853: raccontare la piccola storia di una qualunque prostituta del demi-monde parigino come fatto contemporaneo. La Traviata, con l'articolo. Quel "La" è il segno continuo nella regia della Cucchi: lei è sola, nella scena perfetta a balconate di Tiziano Santi. Più vuota di così non potrebbe essere: un sofà, uno solo, per la festa del primo atto. Un giaciglio che non è un letto, ma una camelia di pietra, per l'ultimo. Gli altri, i comprimati, il Coro, stanno lontani, al davanzale. Guardano e non, commentano distanti, con movimenti a scatto, come fotogrammi di un film (molto bene le coreografie di Monica Casadei).
Lei, Irina Lungu, col fisico minuto e la scriminatura esatta tra i capelli neri, come la Duplessis di Dumas, canta meglio la Violetta appassionata e fiera del secondo atto, quella che si ribella alle convenzioni borghesi, e poi quella scarnificata, dolente, sentenziosa e moraleggiante del terzo. Le colorature, le follie del primo le vanno un po' strette. La bacchetta di Pietro Rizzo in buca – che a Bolzano vuol dire a un soffio dal palcoscenico – non la sostiene, marcia per la sua strada.
Controcorrente, come i pantaloni per Traviata, anche l'intervallo cade a metà dell'opera. Ma funziona: bipartisce i due lunghi quadri centrali, pone le due feste, da Violetta e poi da Flora, a libro, dove la pagina sinistra, mondana, corale, apparentemente festosa, si specchia sulla destra, per voci sole, ripiegate. Quando una regia sa di musica, si sente.
E come sempre quando c'è vera regia, qualunque compagnia figura meglio (lo scriveva anche Verdi). Così recita incredibilmente bene il tenore Giuseppe Varano, di bel colore e ampiezza, da sostenere nei centri un po' calanti. Al pubblico come sempre piace il baritono, l'insopportabile Germont, che tuttavia viene ben centrato da Simone Piazzola, fresco, pulito, lineare senza le gigionerie di tradizione. Comprimari eterogenei, buca, con la Regionale dell'Emilia Romagna, corretta e di più nei due Preludi. La prima foglia, che cade sul lunghissimo "Ah" del Dite alla giovine resterà indelebile.
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Verdi, La Traviata, direttore Pietro Rizzo, regia di Rosetta Cucchi, Bolzano, Teatro Comunale

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