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Questo articolo è stato pubblicato il 14 aprile 2012 alle ore 15:17.

Era il film più atteso dell'anno e non ha deluso le aspettative: Diaz- Non pulite questo sangue di Daniele Vicari è un capolavoro senza se e senza ma, un ritratto impietoso e potente del trauma collettivo più doloroso del nostro paese negli ultimi trent'anni.
Genova 2001, la polizia irrompe in una scuola adibita a dormitorio per il movimento antiglobalizzazione radunatosi nella capitale ligure per protestare contro il G8: sarà una macelleria messicana- parola di un poliziotto, Michelangelo Fournier- che colpirà 93 cittadini italiani ed europei. Era difficilissimo raccontare quel giorno e quelli che seguirono, tra le torture di Bolzaneto e l'espatrio forzato e illegale di decine di giovani ragazzi di tutta Europa, ma Daniele Vicari ce l'ha fatta. Lo ha fatto col suo talento visivo che gli ha fatto girare una delle più belle scene di guerra della storia del cinema- l'irruzione nella scuola- e con la sua coraggiosa impostazione narrativa, uno sguardo orizzontale che ha coinvolto 140 attori e una decina di protagonisti. Li conosciamo, sfiorandoli: dal giovane militante (un ottimo esordiente: Davide Iacopini) al vecchio che è lì quasi per caso (Renato Scarpa, che attore), passando per un Claudio Santamaria forse mai così bravo, capace con il suo sguardo ambiguo e una presenza scenica notevole di incarnare tutte le contraddizioni di uno Stato che attacca con cieco furore chi dovrebbe proteggere. Non casca, Vicari, nella facile scorciatoia di attaccare la politica faziosamente, preferisce la strada più difficile: isolare gli eventi nella loro tragica verità e mettere sul banco degli imputati un intero paese, un'intera collettività che ha permesso "la più grave sospensione dei diritti umani in un paese democratico dopo la Seconda Guerra Mondiale" (parola di Amnesty International). Agisce sulla nostra memoria storica senza proporre una tesi più o meno dietrologica, pone domande e non impone risposte. Ci schiaccia sotto il peso di una generazione che ha perso l'innocenza perché un continente intero ha scelto la repressione come arma di annichilimento di un'istanza democratica e di libertà. Diaz, e di sicuro il tempo gli renderà sempre più giustizia in questo senso, è prima di tutto una straordinaria opera cinematografica e allo stesso tempo una testimonianza civile rigorosa ed emozionante.
Un'altra bella sorpresa arriva sempre dall'Italia, ed è sempre una coproduzione a portarcela. Se il film di Vicari coinvolge Italia (complimenti a Domenico Procacci per il coraggio), Romania e Francia, Laura Morante per il suo Ciliegine sfrutta una più classica collaborazione italo-transalpina. Il suo esordio alla regia è un piacevole tributo alla commedia sentimentale alla francese, un brillante minuetto tra un uomo compresso e una donna insopportabile- "un po' la Lucy dei Peanuts" l'ha definita l'attrice- che mischia Allen e un cinema anni '80 figlio e ora nipote di Resnais & C. che puntava tutto su dialoghi, attori e sentimenti. Una delle nostre migliori attrici ci mette tutta la sua sensibilità e autoironia in questo film e nel quadruplo ruolo di coproduttrice, regista, cosceneggiatrice e protagonista sembra a suo agio. E trova anche il tempo per un umorismo innocente e gentile che non può che farti affezionare all'opera. Buona la prima, insomma, sperando che la prossima avventura dietro la macchina da presa non sia così tormentata (ci son voluti 7 anni di lavoro e sacrifici per farlo).
Per appassionati Poker Generation: spottone per il Texas Hold'em, si fa notare più per i due bravi attori protagonisti, i giovani Cardano e Montovoli, che per la forza della storia, per altro tratta da quella, vera, di Filippo Candio, campione al tavolo verde per pagare il trapianto del rene della sorella. Il film ha molti limiti, in alcuni momenti diverte, in molti altri non funziona. Ma va seguito Gianluca Mingotto: pur al servizio di una sceneggiatura che non di rado sfocia nell'umorismo involontario, dimostra un'interessante agilità d'occhio e di mano dietro la macchina da presa.
Chiudiamo con il kolossal fracassone e apocalittico Battleship: una battaglia navale tra umani e alieni. Avrebbe tutto per essere irriso, a partire dalla Rihanna inespressiva e bellissima che a un passo dalla fine del mondo non fa una piega, come la sua divisa su misura e quel berretto ben saldo sulla sua testa pure durante i bombardamenti extraterrestri. Eppure questo film eccessivo, estremo muscolare alla fine tocca la nostra anima più infantile, forse proprio per la capacità di sprezzo del pericolo e del ridicolo che ha. La stessa che permette a Liam Neeson, ormai, di scegliere i ruoli più improbabili, come quello che qui lo vede protagonista. Battleship andrebbe affondato, dunque, ma noi lo salviamo: dopo 131 minuti, difficile non uscire con un inspiegabile sorriso.
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