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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2012 alle ore 12:49.

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Ho visto le menti migliori della mia generazione, ma soprattutto le peggiori, perdersi dietro a cose che portavano l'etichetta «generazione». L'ultima, in ordine di tempo, è la Generazione Bim Bum Bam di Alessandro Aresu, manifesto pop dei cuccioli della tv berlusconiana, preceduta di poco dalla Generazione TQ, una sorta di Pallacorda del terzo stato editoriale e dei nuovi intellettuali déclassés, fatta di trenta-quarantenni ma anche ventenni e cinquantenni (dunque, a rigore, tutto fuorché generazione).

La formula, dal punto di vista del marketing, funziona che è una bellezza. Lo scrittore canadese Douglas Coupland ci ha costruito sopra una fortuna, dalla Generazione X del 1991 (in Italia si contesero l'etichetta Ambra e Diaco) alla Generazione A del 2009: gliene restano in caldo una ventina, anche se il blogger Mario Adinolfi qualche anno fa gli ha già soffiato la Generazione U (dove U stava per Under 40). Senza dimenticare, tra i libri, la Generazione Tuareg, la Generazione mille euro, la Net Gener@tion di un Luther Blissett apocrifo e un'altra cinquantina di titoli. Il primo istinto sarebbe quello di invocare una grande moratoria su queste formule giovanilistiche e un po' fighette, che forse credono di evocare My Generation degli Who o la Blank Generation dei Voidoids ma finiscono per ricordare piuttosto L'esercito del surf di Catherine Spaak («Noi siamo i giovani, i giovani più giovani»).

Guarda, papà, ho scritto un libro che voi matusa non capirete! Ma la parola «generazione», a ben vedere, fa ancora più comodo ai papà e ai matusa, specie a quelli che cercano di mettere in conto a un'epoca intera le proprie miserie di gioventù. Sono quelli del morettiano «gridavamo cose orrende e violentissime nei nostri cortei». Sono quelli di La mia generazione ha perso di Giorgio Gaber. Sono quelli che, come Erri De Luca, autonominatosi portavoce degli anni Settanta che nessuno ha mai delegato a questo ruolo, ascrivono perfino gli omicidi di Cesare Battisti al bilancio di una «generazione di vinti».

O quei reduci delle Br che – per calcolo furbesco o per egocentrismo di gruppo, vai a capirlo – vogliono far dimenticare che la maggioranza dei loro coetanei aveva di meglio da fare della lotta armata. A chi torna utile, a conti fatti, l'etichetta di «generazione»? Alle coscienze infelici, o anche solo gregarie, che hanno bisogno di tuffarsi in un «bagno di moltitudine». E a certe immaginarie avanguardie che si servono di quel bluff per dar l'illusione di trascinarsi dietro un esercito. Due buone ragioni per sbarazzarsene.

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