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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2012 alle ore 12:40.

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Sarà forse per l'avvicinarsi delle elezioni in Francia, dove François Hollande ha scelto di puntare sull'attacco alla finanza e sull'aumento della spesa pubblica, sarà per l'effetto amarcord che la discussione sul mercato del lavoro ha avuto in Italia sul Partito democratico, ma l'impressione è che in gran parte d'Europa la sinistra stia tornando a scommettere sulla propria vocazione più tradizionale.

La crisi morde e spaventa, l'elettorato popolare vuole essere rassicurato: quale modo migliore per recuperare consensi dell'antica strada fatta di intervento dello Stato, protezione sociale e limitazione della libera iniziativa economica? Può darsi che di qui a un mese Hollande sia all'Eliseo, così come può darsi che il nostro Pd esca dalla sua crisi infinita riscoprendo un'adolescenza socialdemocratica mai vissuta. Eppure viene da chiedersi se la scelta di un nuovo statalismo sia davvero la strada della rinascita per la sinistra europea. O se invece non stiamo assistendo al suo secondo e definitivo tramonto, dopo quella che sul finire degli anni Ottanta il filosofo liberale Ralf Dahrendorf aveva definito "la fine del secolo socialdemocratico" leggendovi la crisi di un modello di sviluppo che aveva segnato la storia europea per gran parte del secondo dopoguerra.

Dal 1945 in avanti, là dove aveva governato, la socialdemocrazia era infatti riuscita a plasmare i sistemi di welfare europei con gli strumenti dello Stato nazionale, della stabilità dei flussi demografici e dell'espansione della spesa pubblica. Il traguardo era stato raggiunto con la fine degli anni Settanta, quando la sinistra europea aveva iniziato a trovarsi priva di una vera ragion d'essere mentre i suoi tradizionali insediamenti collettivi cambiavano profilo e lo Stato nazionale perdeva il pieno controllo delle politiche economiche e sociali. Da quella «crisi da successo» la socialdemocrazia uscì solo quando seppe reinventare nella seconda metà degli anni Novanta la propria natura, provando a conciliare coesione sociale e innovazione economica. Fu allora la stagione di nuovi e baldanzosi riformismi, variamente intesi di qua e di là dall'Atlantico tra clintonismo, blairismo, Neue Mitte tedesco e persino qualche brandello di ulivismo italiano, ma tutti impegnati a spingere insieme crescita e redistribuzione sui ritmi del tempo nuovo della globalizzazione. Un'epoca pervasa da uno spirito di ottimismo che ai nostri occhi assai più cupi può apparire persino ingenuo.

Ma tuttavia un'epoca che vide buoni tassi di sviluppo andare di pari passo con la trasformazione dei tradizionali sistemi di garanzia sociale, mentre risorgeva una cultura politica che solo pochi anni prima aveva esaurito le cose da dire. E soprattutto, una stagione che aveva permesso alla socialdemocrazia di risorgere dalle proprie ceneri interpretando gli impulsi vitali del capitalismo all'insegna dell'innovazione e della modernizzazione.
Ma se l'ottimismo degli anni Novanta è definitivamente tramontato e il capitalismo è in crisi di legittimità, la scommessa della socialdemocrazia sul ritorno al passato rischia di coincidere con la sua seconda e più tragica fine. Nel secondo dopoguerra la sinistra era riuscita ad alimentare crescita e sviluppo facendo leva sugli strumenti dello Stato nazionale, mentre l'Europa comunitaria era in costruzione e la globalizzazione era ancora di là da venire. Ma oggi la scelta di un nuovo statalismo potrebbe realizzarsi solo muovendo le leve del protezionismo, dell'antieuropeismo e della limitazione degli spazi di libertà economica. Con la conseguenza di condannarsi a rappresentare un club di nostalgici piuttosto che una forza di innovazione.

Qualcuno tra i progressisti europei si è accorto del pericolo e sta provando a remare contro la corrente, guardando anche oltre la crisi economica di questi mesi. Accade ad esempio in Svezia, culla storica della socialdemocrazia europea, dove il nuovo leader del partito Stefan Lövfen ha esordito attaccando il Governo conservatore per essersi reso eccessivamente ostile alla comunità imprenditoriale.

Qualcosa di simile sta accadendo in Gran Bretagna, dove nel Labour Party vanno riorganizzandosi le idee e le forze di coloro che hanno ereditato da Tony Blair la vocazione globalista e innovatrice. Accade soprattutto nel think tank Policy Network, guidato da quel Peter Mandelson che fu già architetto della comunicazione blairiana. Da lì è uscito a metà marzo un pamphlet particolarmente muscolare, a firma di Patrick Diamond e Michael Kenny, che invita a ricostruire una «alleanza progressista tra la socialdemocrazia e la tradizione del liberalismo sociale» fondata sulla «promozione delle responsabilità e delle iniziative che nascono dall'interno della società civile» e in grado di opporsi alla «tendenza verso un nuovo statalismo militante». Parole pesanti che hanno acceso la discussione nel partito laburista, per ora lambendo solo marginalmente la leadership di Ed Miliband ma ponendo le premesse per conflitti assai più seri che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi.

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