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Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2012 alle ore 16:50.

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Al posto del naso una vera pinna e il soprannome di un predatore che la dice lunga sul protagonista. Con il suo romanzo d'esordio Il Fiuto dello Squalo (Marsilio), Gianni Solla racconta le disavventure di Sergio Scozzacane, scalcagnato impresario musicale della Blue Records, casa discografica napoletana specializzata nello sfruttare illusioni e sogni di successo di cantanti senza talento che previo pagamento di una cospicua somma vengono lanciati nel sottobosco della canzonetta italiana. Una storiaccia di truffa prolungata ad artisti mancati che al più potranno esibirsi in qualche matrimonio, con tanto di boss camorristi al tavolo degli sposi o in qualche festival di provincia.

Gli affari però vanno molto male a Scozzacane detto lo Squalo, taglieggiato da usurai della camorra che gli amputeranno un dito del piede per sollecitare i mancati "rimborsi". Quando il baratro sembra inevitabile l'inaspettato successo in tv di Mattia, un cantante lanciato da un programma televisivo alla De Filippi offre all'impresario Scozzacane l'occasione della ribalta di Sanremo.

Mattia, sotto contratto per due mesi con lo Squalo, ha anche una bellissima sorella cieca, Sofia, che si perderà con l'impresario del fratello nel tentativo di sfuggire alla sorte segnata e alle trappole di un clan da operetta che strizza un po' troppo l'occhio ai cliché camorristici di più recente successo letterario. «A quale altro destino siamo condannati se non a quello della decomposizione?» scrive Solla con una prosa scarna e dissacrante, che non risparmia alcuno squallore e però poi, inspiegabilmente, si perde nel tentativo di un riscatto impossibile per l'antieroe di questa sua prima prova che avrebbe forse meritato altro ritmo e meno improbabile sviluppo.

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