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Questo articolo è stato pubblicato il 24 aprile 2012 alle ore 10:00.

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Dicono sia l'inizio della fine, ma l'ultima stagione, l'ottava, è solo un'ingiustizia. Ma come, ora che ritorna perfino Dallas, ora che le serie tv vivono un malessere da creatività impigrita, House ci molla? Una vera ingiustizia. Poco importa che per tornare da noi Gregory House debba faticare a uscire di prigione. Poco importa che la sua prima, ultima diagnosi avvenga tra i lettini di una cella e che il suo secondo, ultimo paziente sia un organo vitale e non una persona.

Capiamo gli sforzi, non accettiamo la fine. Abbiamo quasi sostituito Jeckyll con House nella scala letteraria dei Dr. – vedere Google per credere – e ora dovremmo accontentarci di un Mr Hide? E' ingiusto perché, come dice House, "non c'è più tempo quando non c'è più tempo". E noi di tempo ne vorremmo ancora perché di House ci piace una cosa semplice e antica come la libertà: "Non fai alcuno sforzo per renderti simpatico". Già, la libertà per te è anche licenza, perché "i medici possono essere dei degenerati, questa è l'America", ma quello che non possono fare è arrendersi. Vince un partita a scacchi zoppicando tra un ladro e uno spacciatore.

Fa una diagnosi portando un carrello delle pulizie. Punito - indovinate un po' - per una follia di lavoro e amore. Eppure sembra non credere a nulla: "Credere implica un livello di interessamento che io non raggiungerò mai", dice. "Io non ho amici", proclama e mente. "Io e l'umanità ci siamo messi assieme troppo giovani", ironizza e si compiace della sua capacità di irritare. Ma "tu sai leggere le persone", House. E sai essere quello che il ganzo che è in noi vorrebbe diventare: un rivoluzionario capace di soffrire per amore, con un talento in grado di liberarlo dalle convenzioni.

La libertà lo tempra a ogni evenienza perché ogni evenienza è liberamente scelta. Ancora una volta poco importa se il nuovo ufficio è un bugigattolo e il nuovo team una dottoressa che deve tirare fuori le parole. Quel che conta è che "ho detto che ho sbagliato, non che sono cambiato". Rieccolo, dunque, a scrivere i sospetti di diagnosi sul vetro come sul letto dell'ergastolano. Lasciamo gli altri "a sembrare vagamenti importanti", noi ci coccoliamo l'istrice dei nostri desideri. E' una questione di crescita: accettare che non siamo perfetti, ma possiamo mettere le nostre imperfezioni al servizio di qualcosa di utile.

La giovane dottoressa non va più a Chicago, House appoggia le scarpe da tennis sulla scrivania e noi qui a pensare che sarebbe meglio non finisse, ripetendo il suo motto: "Tutto quello che serve".

Dr. House, da martedì 24 aprile, tutti i martedì alle 21.10 su Canale 5

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