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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2012 alle ore 16:19.

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Secondo un'antica leggenda, in un'epoca buia e lontana si aggirava per la Provenza un mostro chiamato Tarasca. Una sorta di dragone che spadroneggiava per i campi, distruggendo i raccolti dei contadini. E a nulla valevano gli sforzi di cavalieri, eroi e perfino dello stesso re nel tentativo di fermare tale flagello: la diabolica creatura pareva invincibile. Toccò, allora, a Santa Marta l'arduo compito di fronteggiare la bestia. E la sua missione, con l'aiuto di Dio, si rivelò ben più fruttuosa di quelle inutilmente intraprese dagli uomini del posto.

Fu lei, infatti, ad ammansire la belva e a condurla tra le mura cittadine. Innocuo e ormai incapace di difendersi, il mitologico animale venne quindi ucciso dalla popolazione alla quale aveva inflitto tanta sofferenza. Due furono le principali conseguenze di tale trionfo: la santa donna riuscì facilmente a convertire gran parte del popolo al cristianesimo e il paese fu ribattezzato Tarascon, nome che porta ancora, in ricordo della titanica lotta con il mostro.

La leggenda rivive, oggi, nella prima traccia dell'album "C'era una volta il Folk", del gruppo novarese La Sornette, capitanato da Emanuele Cadario, violinista e frontman della band.

Un lavoro interessante tanto sul piano testuale, con un'operazione di recupero di antichi brani della tradizione provenzale, quanto su quello musicale, caratterizzato da una tendenza alla contaminazione e da una raffinata attitudine a sperimentare. Fin dal titolo, questo lavoro può essere letto come una dichiarazione d'intenti di una formazione che parte dal folk per accompagnare l'ascoltatore in un viaggio affascinante e mai scontato. Un percorso che, pur seguendo un filo conduttore preciso, lascia spazio a molteplici variazioni sul tema.

Così, se gli strumenti utilizzati sono quelli classici della tradizione, dal violino alla fisarmonica, dal mandolino alla chitarra acustica (senza tralasciare quelli più particolari come il bouzuki, la ghironda o il dulcimer), le sonorità spaziano da ballate di sapore quasi medievaleggiante ad atmosfere irish, fino a toccare ritmi che richiamano la musica elettronica.

Il finale, poi, è affidato a una seconda versione del brano d'apertura "La Tarasca", proposta addirittura in chiave dub. Si chiude così quella struttura circolare che contraddistingue l'album. Il gruppo parte dal folk, insomma, e lì ritorna ma con un ritmo completamente diverso, con un accostamento inedito capace di cogliere di sorpresa l'ascoltatore. I testi, invece, sono quasi tutti in una lingua provenzale che non è il francese dei nostri giorni e che, al tempo stesso, può ricordare, a volte, i suoni di alcuni dialetti piemontesi.

C'era una volta il folk e c'è ancora, dunque. Solo che non è più lo stesso o meglio, nel caso dei La Sornette, non è mai lo stesso. Perché la tradizione è vista dalla band come un punto di partenza dal quale muoversi in molte direzioni, senza perdere la bussola ma senza neppure rimanere incatenati a una sorta di canone sacro e immutabile.

Non a caso, la stessa parola "sornette" ha un doppio significato. Indica una burla, uno scherzo ma anche, in un'accezione più arcaica, l'archetto del violino.

Questa strada lontana da un purismo assoluto quanto da logiche smaccatamente commerciali è il punto di forza di un gruppo capace di produrre sonorità inedite, incrociando generi diversi. Realizzato con la collaborazione di Pietruccio Montalbetti dei Dik-Dik nel brano First Rose (unica traccia in italiano dell'album) e di Andy Fluon dei Bluevertigo nella canzone Le Loup, il disco è un lavoro originale, tecnicamente molto accurato, che propone una rilettura elegante e innovativa della tradizione folk.

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