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Questo articolo è stato pubblicato il 29 aprile 2012 alle ore 18:09.

Parlare col cuore in mano è un modo di dire per sottolineare che si è coinvolti emotivamente nell'affrontare una situazione. Il cuore a lungo, prima di venir soppiantato dal cervello, è stato l'organo dell'intelligenza razionale oltre che emotiva. Si parla infatti di occhio del cuore per indicare quella capacità di cogliere le immagini dal punto di vista razionale ed empatico. E' lo sguardo adottato da Salvatore Carrubba per raccontare Milano nel suo ultimo libro" Il cuore in mano", Longanesi Editore. Come un semplice cronista, l'ex direttore del Sole 24 Ore già assessore alla Cultura nella giunta Albertini, è andato in giro per la sua città adottiva usando il cuore come una telecamera portatile per fare un saggio di street journalism. L'autore voltando le spalle al centro dei salotti, degli stereotipi modaioli, del radicalismo chic, tipici sguardi su Milano, è andato scarpinando per le periferie alla ricerca di un'immagine meneghina non mossa ma in movimento.
È un libro scritto dal punto di vista peripatetico ed eccentrico
«mettendosi con le spalle al centro con l'atteggiamento di chi si mette in viaggio lungo i raggi che conducono fuori da quel centro per verificare cosa stia diventando Milano». Per capire la trasformazione in corso di una città in cerca di una nuova identità e del suo cuore antico bisogna essere davvero degli eccentrici per non ricadere nei soliti cliché. Carrubba non ripropone certo degli stereotipi ormai logori da tour turistico o da cartolina d'antan, come accade nell'ultimo film di Woody Allen "To Rome with love" o negli anni Ottanta Vanzina in "via Montenapoleone".
Si spinge in un viaggio dentro una città che sta cambiando: ben oltre le colonne d'Ercole del centro, oltre il Duomo, la Scala, Brera, il Castello, i Navigli, oltre le vetrine delle vie del quadrilatero della moda per giungere a una Milano periferica che non è più il bar del Giambellino del Cerutti Gino o la via Gluck. Il libro non tratteggia due città contrapposte e separate in casa confutando così l'idea sbagliata delle due Milano per delineare un continuum centripeto che attrae il periferico. Di Milano ce n'è una sola, sostiene Carrubba attuale Presidente dell'accademia di Brera e proiettato nella sfida di farla "Grande" per l'Expo. L'idea di fondo è quella dell'unità territoriale e culturale che non si esaurisce nella cerchia delle mura spagnole ma si estende fino alla periferia milanese e ben oltre. Non vengono individuati luoghi simboli in modo che venga riconosciuta la necessità complessiva di cure, di verde, di presidi sociali e culturali, di tutela delle periferie, al pari del centro storico, dall'asfissiante traffico.
Già nel corso della lettura viene da domandare all'attuale amministrazione di Pisapia perché l'area C sia una priorità solo del centro così ribadendo l'idea delle due Milano, una delle quali è di serie B.
Alla fine della lettura del libro non possiamo che dirci milanesi dentro una sola grande Milano con due squadre di calcio di serie A, più servizi e funzioni diffusi sul territorio anziché concentrati nel raggio corto attorno al Duomo. E' il tempo per un rinnovamento e un riformismo a trecentosessanta gradi, che comprenda tutti i cerchi concentrici attorno alla città dove, come si legge, «ci sono ancora treni che passano».
Il libro sarà presentato al Teatro Parenti lunedì 7 maggio alle ore 18.30 alla presenza dell'autore e dei suoi ospiiti: Agnese, Aspesi, Bellocchio, Doninelli e Giorello coordinati da Andrée Ruth Shammah.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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