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Questo articolo è stato pubblicato il 29 aprile 2012 alle ore 19:15.

Da qualsiasi parte lo prendi, l'epistolario di Flannery O'Connor ha il dono raro di destare interesse, né apparire mai banale. Ciò per una sola, semplicissima ragione: l'autrice ci trasmette con naturale immediatezza l'infinita passione per la parola scritta, poco importa se per riferirci della scoperta di Proust dopo tanta diffidenza o per confessare le gioie che le procura il carrello della nuova macchina da scrivere elettrica.
Sentite che cosa risponde a Ben Griffith, che ringrazia per una recensione e che a sua volta le ha sottoposto un racconto: "La cosa fondamentale è avere sempre i personaggi davanti agli occhi. Lei entra nella mente del vecchio prima ancora di dirci che aspetto ha. Deve imparare a dipingere con le parole. Piazzi il vecchio come prima cosa, in modo che il lettore non lo possa evitare. Naturalmente deve imparare a farlo con discrezione". E più in là, alla cara amica di una vita, la misteriosa "A": "Ogni volta che il narratore onnisciente adotta lo stesso linguaggio dei personaggi, un'opera narrativa perde tensione e cala di tono".
Ironica, colta, visionaria, Flannery O' Connor è partecipe dei diversi fatti del suo tempo, li commenta senza remore , prende parte senza tuttavia mai avanzare pretese. Come nella stesura dei suo romanzi, non segue uno schema: "Devo scrivere per scoprire che cosa sto facendo. Non so mai bene cosa penso finché non vedo cosa dico; dopodiché devo dirlo e ridirlo".
Quante vite ha vissuto Flannery? Così verrebbe da chiedersi se non si sapesse quanto della sua breve esistenza abbia trascorso sola nella sua fortezza, Andalusia, la casa di campagna in Georgia. Lo spiega la stessa scrittrice nelle prime pagine, mostrando la straordinaria capacità di raccontare un male tremendo, soggiogandolo con le parole, tenendolo a freno: "Non me la passo tanto male, checché se ne dica. Ho una malattia che sin chiama lupus e prendo una medicina che si chiama ACTH e tra l'una e l'altra tiro a campare. Il lupus è una di quelle cose nella sfera reumatica; va e viene, quando viene mi rintano e quando va esco allo scoperto".
Mai, in nessuna lettera, c'è una concessione al terribile morbo che ha minato all'origine il suo corpo. Cinque giorni prima di morire, a soli 39 anni, si scusa per non avere inviato dei racconti con un lapidario: "sono stata troppo male per batterli a macchina". "Leggendola- spiega nella sua bella presentazione Ottavio Fatica- capiamo perché non bisogna chiedere che malattia ha una persona, bensì con chi ha a che fare la malattia".
Ogni lettera del fecondo epistolario è un piccolo inno alla vita: lo è quando spiega all'amica "A" in che cosa consista la sua fede e il suo essere cattolica sino in fondo. "Scrivo perché e non sebbene sia cattolica. Però sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, della specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole. Esserne dotati all'interno della Chiesa significa portare l'inevitabile fardello del cattolico consapevole". E ancora "per me un dogma è solo una via d'accesso alla contemplazione ed è uno strumento di libertà e non di costrizione".
Il percorso che Flannery O' Connor ci propone con le sue lettere è denso di citazioni, giudizi anche taglienti sugli scrittori che incontra, dall'amata Simone Weil ai signori Truman Capote e Tennessee Williams "che mi danno il voltastomaco". Sempre resta fedele al principio che lo scrittore di narrativa non afferma, ma mostra, raffigura. Se scrivi di persone volgari, devi dare prova della loro volgarità mostrandole all'opera, evitando tuttavia i peccati peggiori: la pornografia e il sentimentalismo.
Flannery si racconta in ogni pagina, mantenendo inalterata la sua capacità di stupirsi e di lasciarsi coinvolgere. Una divoratrice di letteratura che non teme di farci sapere d'essersi avvicinata a Proust solo costretta dal male che la inchioda a letto e sollecitata dal regalo di un amico che le porta A la recherche du temps perdu: "Spero di non rimanere qui tanto da leggerlo". Poi in realtà lo legge e confessa: "Non mi aspettavo di gustarmelo tanto".
Così è Flannery O' Connor. A epitaffio ci piace riportare l'episodio che cita in una delle ultime lettere.
"All'arrivo, quando ho lasciato i dati all'accettazione (in ospedale, ndr) la tipa, capelli color carota e occhiali in tinta, mi ha chiesto presso chi ero impiegata". "Lavoratrice autonoma" faccio. "Di che si occupa?" fa lei. "Sono una scrittrice" dico. Lei smette di battere a macchina e un attimo dopo fa: "Che?" "Scrittrice" dico. Lei mi guarda un po' e poi fa: "Come si scrive?".
Sola a presidiare la fortezza
Lettere
Flannery O' Connor
a cura di Ottavio fatica
pagg. 268, euro 12
Editore minimum fax
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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