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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2012 alle ore 19:08.

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Cosa pensereste se il vostro museo preferito vendesse uno dei suoi Cattelan per non morire? Ve lo dico io. Pensereste che tempi, col sopracciglio alzato; e aggiungereste difficili. E sarebbe vero. E sarebbe altrettanto vero che quando i tempi si fanno difficili, le scelte possono essere dignitosamente difficili; e magari insegnare qualcosa per la gestione di anni migliori (sempre che gli anni migliori arrivino). Quella che segue è una proposta immodesta e irragionevole, irrealizzabile a qualsiasi termine di legge, e perciò si adatta a questo momento grave, nel quale sopra di noi nuvole di cifre si mangiano ogni giorno interi continenti.

Qualche settimana fa, nel mezzo di una tra le infinite discussioni che costellano la vita quotidiana nella valle inquietante in cui si è anchilosato il nostro Paese, uno storico dell'arte mi ha detto piccato: «usciamo dalla dittatura del budget!» Si parlava della crisi dei musei, ovviamente. Uno viene commissariato; uno sterilizzato; un terzo affidato a presidenti senza passione; un quarto chiude semplicemente i battenti. Il guaio è che nella vita per come la conosco io nessuno esce dalla dittatura del budget, perché è come uscire dall'imperativo biologico del sonno, o dalla dittatura del battito cardiaco.

Prendiamo il caso più prestigioso – il Castello di Rivoli: un'onorabilità palpabile, basta nominarlo in una conversazione tra addetti ai lavori per fissare un punto di riferimento – e l'onore arriva da quasi tre decenni di mostre importanti, artisti passati di lì e poi entrati nel canone globale eccetera. Negli ultimi tre anni il Castello di Rivoli si è rattrappito economicamente su se stesso, mettendo a dura prova l'immaginazione dei due co-direttori, e specialmente Andrea Bellini ha imbastito un calendario di mostre di alta qualità senza un euro, o trovando sponsor, nell'indifferenza generale. Ora, dopo tre stagioni di austerity, pare che i conti del Castello siano di nuovo in attivo per circa quattrocentomila euro. Meraviglioso. Ma chiunque gestisca un museo di quel livello, in un edificio di quella anzianità, con la bruciante combine di burocrazia e uber-sindacalizzazione che grava su personale impiegatizio, amministrativo e di sicurezza, sa che quattrocentomila euro sono poco più di qualcosa. Non nulla. Non poco. Ma nemmeno tanto. Ora. Tutti sanno che il Castello di Rivoli avrebbe un disperato bisogno di un patrimonio finanziario solido. E tutti sanno che molti politici eletti non lo faranno mai, proprio per non rendere libere e indipendenti le aree di gestione del potere culturale, feudi di voti possibili e talvolta garantiti. E tutti sanno che il Castello di Rivoli, a differenza di altri suoi omologhi, possiede già un patrimonio: il migliore possibile, a dire il vero.

È la sua collezione, che è identità, potenza del pensiero congelata e non congelata, vitalità, emozione, desiderio, storia, memoria, ottimamente protetta da Beatrice Merz. La collezione è fondamentale, non mi si fraintenda: ma è anche, tecnicamente, un mucchio di soldi. E nel caso specifico, all'interno della collezione, compaiono almeno due installazioni di Maurizio Cattelan, ciascuna delle quali potrebbe valere si e no qualche milione di euro. Diciamo quattro? Diciamo che con quattro milioni di euro un museo in quelle condizioni può diventare vagamente più appetibile per nuovi direttori, i migliori, e affrontare le volubilità dei donors, pubblici e privati, con rinnovata serenità? Diciamolo. E postuliamo che la legge dello Stato che impedisce ai musei di alienare beni acquistati con soldi pubblici possa essere (temporaneamente?) cambiata.

Ma aggiungiamo anche altri dettagli: a) che potrebbe essere giusto e poetico e strategico venderne una, ponendo condizioni molto rigide sulla visibilità e visitabilità pubblica dell'opera; b) che i proventi vengano utilizzati per ripianare qualsiasi posizione debitoria e costituiti in un fondo messo a rendita; c) che una parte dei proventi venga usata per acquistare nuove opere di artisti su cui c'è una scommessa e una visione, quale che sia; d) la vendita di singole opere dovrebbe essere comunque una extrema ratio, per tempi complicati e in mancanza di altre soluzioni; e) al contrario, forse, l'idea di vendere una certa percentuale delle collezioni precedentemente accumulate da altri curatori di una medesima istituzione potrebbe essere un gesto curatoriale interessante; f) altrettanto interessante sarebbe immaginare questo affronto come un sano antidoto contro la sacralizzazione delle opere d'arte, una delle malattie infantili di questo mondo; g) un'opera di Cattelan, pur avendo poco più di dieci anni, viene già storicizzata, nel tempo accelerato dell'arte contemporanea: ma questo accade perché sacralizza. Intendiamoci: ritengo personalmente Cattelan un genio, senza altre specificazioni, ma il suo ruolo nella cronologia non è ancora compiuto, è ancora materia assai fresca, e il sistema dell'arte in questo deve riflettere, perché sembra aver incarnato alla perfezione la nota sentenza proustiana sulla moda: uno stato violento del tempo.

Infine: è evidente che sarebbe meglio non ricorrere a soluzioni radicali, è evidente che bisognerebbe rispondere agli amministratori regionali impauriti dalle spese della cultura che gli sprechi sono le paghette del Trota, non le paghe dei curatori, e che le piaghe del comparto culturale nostrano non guariranno mai senza una revisione generale, estremista e insieme moderatissima, soppesata fino alla paranoia, di ogni punto indebolente. Non ha senso ricorrere a rimedi d'urgenza ogni anno, e prima o poi le opere blockbuster finiscono. In mancanza di un esame di coscienza dei nostri governanti nessuna provocazione avrà senso; e così le mostre diventeranno chiese semivuote, o teatri di imprese santificatorie, come gli ultimi tre anni del Castello di Rivoli. E poi noi vogliamo tornare a riempire i musei di temi culturali eccitanti, veri, nuovi: i film di Adam Curtis, la riedizione di Soft City di Jonathan Raban, le conversazioni di Brian Eno sul testosterone. L'Italia è piccola, il mondo è grande, e – attenzione – i santi, oggi, hanno il passaporto pieno di timbri, e desideri.

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