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Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2012 alle ore 08:14.
Mi trovavo a studiare a Londra, nel 1986, quando ho letto La fragilità del bene (il Mulino), libro acclamato da molte recensioni accademiche come «a supremely scholarly work». Da allora, non ho cessato di frequentare Martha C. Nussbaum, inseguendo quei suoi argomenti «peculiarmente lucidi» per il Boston Globe, cercando in essi un filo conduttore che ho ritrovato scrivendo con Vittorio Lingiardi il saggio introduttivo a Disgusto e umanità (il Saggiatore, 2011). Non sapevo che Foreign Policy l'avesse inclusa tra i cento pensatori più importanti al mondo. Del resto, mi ha sempre emozionata la sua convinzione, stando a cui la motivazione principale del filosofare «is the urgency of human suffering», e con lei condivido che «il fine della filosofia è il fiorire umano». Dei suoi tanti titoli, premi, dibattiti, lauree honoris causa, presenze pubbliche, polemiche, mi piace ricordare che non ama la propria educazione Wasp elitaria, così come ogni élite, che è Presidente fondatore ed emerito della Human Development and Capability Association, che con passione "mette la propria faccia" per cause civili, umane, culturali.
Martha Nussbaum fa filosofia avvalendosi sempre di buone argomentazioni, con uno stile preciso e chiaro. Si tratta di una filosofia – le dico – lontana da quella tipica francese e ancor più italiana. «In realtà Cartesio e Rousseau sono filosofi estremamente chiari, e Sartre, che molti ricordano solo come romanziere e drammaturgo, argomenta con trasparenza e rigore. Quanto al l'Italia, due tra i miei filosofi preferiti rimangono Cicerone e Seneca, per non parlare di Dante, dalla prosa limpida e precisa. Mi considero un'erede della tradizione anglo-americana, con John Rawls quale insegnante e collega; l'altro mio insegnante fondamentale è stato Bernard Williams. Scrivo con precisione e chiarezza perché reputo la filosofia un'attività socratica, che implica un esame rigoroso di se stessi e degli altri. Una filosofia democratica ed egualitaria, con cui tutti si trovano in contatto e a cui tutti possono contribuire. Socrate analizza chiunque incontri, e i presuntuosi ne escono generalmente peggio degli umili. È soltanto così che la filosofia dona alla democrazia il contributo che Socrate ha in mente».
D'accordo, ma mi riferivo a una filosofia di matrice franco-italiana oscura, dogmatica, antidemocratica, che tradisce irrimediabilmente le buone argomentazioni. Concordo con la limpida lettura fatta da Nussubaum dell'insegnamento socratico e la associo al suo "mescolare", in modo rilevante, innovativo, teatro, studi classici, giustizia globale. «Gli studi classici! - esclama - Nel mondo greco-romano si inizia a discutere proprio di giustizia globale; in particolare, gli stoici sviluppano, in maniera fruttuosa, sia l'idea di doveri, obblighi, impegni che trascendono i confini nazionali, sia l'idea di "cittadinanza mondiale". Anche Aristotele offre validi contributi alla teoria della giustizia globale: sebbene non tratti del tema in sé, i suoi concetti di vulnerabilità e capacità umana rimangono essenziali per risolvere problemi inerenti alla giustizia in questione. Senza poi dimenticare la tragedia greca: ci aiuta a pensare alla vulnerabilità e a discernere i disastri causati da un comportamento umano cattivo da quelli causati dalla necessità».
Aristotele e Grecia antica. La filosofia di Martha Nussbaum procede però ben oltre e, tra l'altro, si innesta sulla sua vita. «John Stuart Mill scrive che, se poche donne hanno lasciato un segno in filosofia, si deve al fatto che non sono state incoraggiate, a volte nemmeno autorizzate, a studiare i grandi pensatori del passato. Per Mill, fare filosofia non coincide con una spontaneità geniale, bensì con un duro lavoro che si fonda su una tradizione. Anche Rawls, il mio grande maestro, insisteva su ciò, e, difatti, invece che la propria filosofia, insegnava Aristotele, Hume, Kant, Hegel, insieme ad altri filosofi. Sono stata incoraggiata a confrontarmi con i grandi del passato: mi considero fortunata. Perché non conversare con le menti migliori, specie quando la maggior parte di ciò che viene scritto è poco originale o di terza categoria? Alla fine occorre comunque elaborare da sé gli "ingredienti" e, come dice Aristotele, cercare di andare un po' oltre i propri predecessori. Dove trovo l'ispirazione? Ovunque, non importa se in un romanzo di Proust, in un'esperienza personale o in un trattato filosofico».
Attualmente Nussbaum è «Ernst Freund Distinguished Service Professor of Law and Ethics» all'University of Chicago. Mi pare che sia la filosofia del diritto ad averla condotta alla filosofia delle emozioni, e a intrecciare le due filosofie su nuovi terreni, fino a criticare certe tesi, nonché a riflettere sul disgusto. «Quando ho iniziato a insegnare in una facoltà di giurisprudenza, mi sono accorta che la legge tratta sempre di emozioni, ma, di rado, lo fa con rigore filosofico o sufficiente consapevolezza. La giurisprudenza si avvale di nozioni quali "l'ira dell'uomo ragionevole" nonché "la paura ragionevole", e si riferisce a diverse altre emozioni. Considera, per esempio, l'idea di Lord Devlin, stando a cui il disgusto di una persona raziocinante costituisce una ragione sufficiente per compiere un atto illegale, per quanto l'atto non rechi danni a parti non consenzienti. Ritengo che quest'idea sia perniciosa: per criticarla al meglio occorre analizzare l'emozione del disgusto, chiarendo la sua inaffidabilità e la sua inadeguatezza per la legge».







