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Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2012 alle ore 08:18.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo August Petermann fu il motore dell'esplorazione del l'Artico. Per il cartografo di Gotha il polo Nord era l'ombelico del mondo e la sua conquista il compito più importante del l'umanità. Julius Payer, l'esploratore austriaco che scoprì la Terra di Francesco Giuseppe, chiamò Petermann «padre di tutte le spedizioni». Jules Verne e Kurd Lasswitz lo trasformarono in una figura romanzesca. Eppure, benché all'epoca egli appartenesse all'aristocrazia internazionale delle esplorazioni polari, dopo la morte Petermann fu presto dimenticato. Il perché è evidente: non era uno di quegli eroi che finivano congelati sul pack. Era un armchair explorer, come si diceva con scherno in Inghilterra, un esploratore da salotto. Petermann dirigeva l'impresa del l'esplorazione polare da una cittadina tedesca e di persona non si era mai spinto più a nord di Edimburgo. Ecco perché un'ombra di dubbio aleggiò sempre sulla sua reputazione. Per gli uni era il grande teorico, per gli altri lo svitato dell'Artico.
L'Artico fu il terreno sul quale il diciannovesimo secolo poté manifestare la propria inclinazione all'eroismo. Ma questo comportava un elemento di irrealtà. Già negli anni Cinquanta il «Times» di Londra liquidò il polo Nord come «trastullo dei geografi». Il vecchio sogno del passaggio a Nord Ovest, della rotta più breve verso le Indie che avrebbe portato denaro contante dalle colonie, era appena tramontato. Le navi di John Franklin erano misteriosamente scomparse tra la Groenlandia e il Labrador e i soccorritori di Franklin si erano imbattuti, proprio dove avrebbe dovuto esserci il passaggio, in un pack insuperabile. L'ammiragliato britannico considerò perduto il suo passaggio e l'opinione pubblica perduto il suo tragico eroe. Solo August Petermann, il giovane tedesco che, in qualità di segretario della Royal Geographical Society, occupava un posto chiave nel pensatoio dell'impero, prese a scrivere memorie sulla "vera" posizione di Franklin e così facendo diede inavvertitamente il via alla corsa al polo Nord.
Nel mondo di Petermann, quello dell'Artico era un problema cartaceo. Il cartografo, che gli inglesi istintivamente chiamavano "professore" benché non avesse neppure il titolo di dottore, pensava di poter risolvere a tavolino il più grande enigma geografico del suo tempo. Era un ammiratore di Alexander von Humboldt e perciò trafficò con tavole delle correnti, isoterme e presunte masse territoriali per ricavarne un avventuroso e accattivante piano di salvataggio. I suoi "seri e accurati" calcoli mostravano che intorno al polo Nord doveva trovarsi un mare polare navigabile, nel quale Franklin era riuscito a penetrare con le sue navi. Per trovarlo, si doveva dunque puntare verso il polo Nord. Il polo, dichiarò Petermann, era la «chiave per spiegare i fenomeni fisici e geografici dell'intero emisfero settentrionale» ed era facile da raggiungere attraversando il mare aperto a est di Spitzbergen.
Così il vecchio mito della terra felice oltre Borea fu inconsapevolmente rivestito della solida divisa di una teoria scientifica. Se si considerano le peripezie e i morti che comportò, il risultato della trasposizione appare per quello che è: un tragico incidente della cartografia. Gli ufficiali della marina inglese scuotevano il capo: «L'idea che Franklin e i suoi compagni perdano tempo nei dintorni del polo Nord è troppo assurda per meritare anche la minima considerazione», scrisse il «Times». Quando lo scetticismo sui suoi piani si trasformò in aperta ostilità, Petermann, deluso, voltò le spalle a Londra e tornò in Turingia. Nella terra dei poeti e dei pensatori, dove conquistare il mondo con la forza della mente era un'abitudine, la teoria del mare polare senza pack trovò ascoltatori più attenti. Le spedizioni artiche tedesche e austroungariche della seconda metà del secolo cercavano il Graal di Petermann. Perfino negli Stati Uniti le sue memorie e le sue mappe teoriche furono prese in considerazione. Che una spedizione dopo l'altra si perdesse sul pack, invece di addentrarsi nel verde mare polare, era agli occhi del professore del polo Nord un problema del pack. «Continuerò a lavorare», scriveva ancora all'inizio degli anni 70, quando l'opposizione alle sue idee stava crescendo, «finché la dimostrazione non sarà completa». Completa la dimostrazione poteva dirsi fin dal l'epoca del naufragio del piroscafo americano Jeannette. La morte per fame dell'intero equipaggio sul suolo siberiano dimostrava che quello del mare navigabile intorno al polo non era nulla più che il sogno di un cartografo. Il resto della storia è noto. A Fridtjof Nansen capitò sott'occhio la notizia che parti della Jeannette erano state sospinte sulla costa meridionale della Groenlandia. Egli seppe interpretare correttamente il messaggio che veniva dai resti della catastrofe e rovesciò l'equazione di Petermann, sostituì il mare navigabile con una cortina di ghiaccio alla deriva e la forza bruta del vapore con una nave costruita apposta per farsi imprigionare dai ghiacci. Questa volta i conti tornarono, anche se Nansen dovette abbandonare l'impresa a 86 gradi di latitudine Nord. Una decina d'anni dopo fu condotta a termine, con tutte le riserve del caso, da Peary e Cook. Petermann non visse abbastanza per avere notizia della loro conquista. Da bravo eroe polare, ebbe una tragica fine: nel 1878, ancor prima che si sapesse del naufragio della Jeannette, si sparò una pallottola in testa.
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