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Questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2012 alle ore 18:53.

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Al pari d'altri vocaboli oggi abusati, l'aggettivo "epocale" è entrato nel gergo quotidiano fino a perdere la sua specifica vocazione a qualificare un accadimento che sia davvero eccezionale. Non risulterà però iperbolica la sua adozione per definire il riordino appena compiuto della Tribuna degli Uffizi, in ogni suo tratto restaurata e integralmente rinnovata nell'allestimento. L'ultimo intervento nella sala ottagona progettata da Bernardo Buontalenti rimontava al 1970. Era stato Luciano Berti, direttore sapiente e sensibile, a concepirlo e a dirigerlo. Berti non disponeva tuttavia d'un mecenate generoso come i Friends of Florence: sodali davvero munifici della Galleria, loro debitrice di tante imprese ragguardevoli. Grazie all'associazione americana e al suo presidente Simonetta Brandolini d'Adda, stavolta nella Tribuna tutto è stato restaurato, dal pavimento prezioso all'aerea lanterna.

Le quasi seimila valve di conchiglia affogate nell'intonaco della cupola (tornata vermiglia, sfumante in alto nell'oro) di nuovo rilucono come in un etra stellato. Le scaglie di madreperla sfaccettano la luce con ricami fitomorfi che s'arricciano nella banda azzurra del tamburo. Sulle mostre delle finestre – da cui il lume del giorno s'infiltra passando dai rulli di vetri appositamente foggiati coi criteri d'un tempo – si stagliano (in contorni dorati) plastici telamoni e cariatidi sensuali; mentre negli sguanci s'incastonano forbiti profili di cammeo. Il velluto cremisi, tramandato dalle carte, è stato ritessuto coi modi antichi; e si fa fondo di toni gravi a dipinti riquadrati da cornici intagliate e dorate, esse pure partecipi d'uno splendore da camera delle meraviglie. I marmi romani, che s'ergono dai plinti barocchi ritrovati o ricreati, hanno recuperato la loro pelle, ora d'avorio ora di porcellana. Altri marmi più gentili, ritagliandosi sul lambrì scuro che fa da balza al vano, si posano su panchetti a guarnire in basso gli angoli della sala.

In Tribuna, però, d'ora in poi nessuno – se non per fondate ragioni di studio – potrà più entrare. Col restauro del vano magnifico non si poteva infatti trascurare la necessità di restituire il valore d'opera d'arte all'impiantito di marmi policromi, per la cui salvaguardia una quindicina d'anni or sono s'era fatto ricorso a una pedana parallela alle pareti. Pedana che risultava tollerabile solo per via dell'indispensabile funzione protettiva che svolgeva, ma che in quel contesto sofisticato – n'eravamo e ne siamo tutti consapevoli – suonava financo blasfema. Il pavimento, liberato dalla struttura di ferro e recuperata l'interezza del disegno, ha ritrovato la sua antica ragion d'essere e viepiù dà risalto alle virtù liriche della sala ottagona. Alla quale però – proprio per non guastare quell'impiantito nobilissimo col quotidiano calpestio di migliaia di piedi –, ora che il restauro è compiuto, ci si può soltanto affacciare.

Necessità conservative (ma anche estetiche) hanno imposto dunque di fermare i visitatori sulla soglia delle tre porte che già in antico s'aprivano sulla Tribuna, ma che nel tempo avevano mutato la loro funzione in conseguenza del variare delle occorrenze dei transiti. L'affaccio sul primo corridoio sarà quello che consentirà la visione frontale, quella cioè che prospetta la "Venere dei Medici". Un altro punto di vista s'avrà dallo "Stanzino delle matematiche", che ora torna nel circuito di Galleria grazie alla riapertura del passaggio dalla Sala di Leonardo. E da lì s'apprezzerà, insieme alle pareti della Tribuna che volgono a mezzogiorno, tutta l'infilata delle porte fino al secondo corridoio: quello che, vibratile di riverberi d'acqua, si sporge sul fiume. Il terzo affaccio si guadagnerà infine dal varco che, prima del restauro, consentiva il transito dalla Tribuna alle piccole stanze dedicate alle scuole italiane e straniere fra Quattro e Cinquecento. Per accedere a esse senza più traversare la Tribuna è stato ripristinato l'accesso che in origine direttamente le collegava al primo corridoio. Da tre punti di vista si potrà godere allora di quello spazio fantastico ch'è il cuore degli Uffizi. E tutto agli occhi si paleserà, da quelle soglie, alla stregua di un'epifania mirabile: luogo dove s'avvera il sogno d'un principe appassionato. Ma l'invenzione originaria della Tribuna era indissolubilmente legata all'esigenza di creare una camera per l'esibizione d'oggetti di collezionismo raffinato e cólto. Dal 1589, anno del primo inventario del patrimonio lì collocato, molti sono stati gli ordinamenti museografici che si sono susseguiti, con rassegne d'opere che negli ultimi due secoli sono andate sempre più a rarefarsi. Mai però la sala ottagona ha perso il suo ufficio di luogo deputato all'esposizione. Non era tuttavia possibile – dopo averne inibito al pubblico l'ingresso – mantenervi i capi d'opera per i quali si traversano gli oceani. Bisognava in ultima analisi studiare una selezione di dipinti che non guastasse l'aulicità e il pregio del luogo, ma che al contempo non contemplasse nessuno di quei quadri cui ogni visitatore aspira e che palesemente esigono una lettura dettagliata. Non era cioè ammissibile che vi restassero le creazioni vibranti e poetiche di Andrea del Sarto, Rosso Fiorentino, Pontormo, Bronzino, Giulio Romano, Salviati, Vasari. Creazioni che ora, conforme ai progetti di rinnovamento della Galleria, sono o saranno ospitate nelle sale appositamente per esse allestite al piano nobile degli Uffizi.

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