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Questo articolo è stato pubblicato il 05 agosto 2012 alle ore 08:17.

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È offensivo strombazzare ai quattro venti quanto ti viene prima riferito in confidenza? Occorre rivolgersi a qualcuno chiamandolo sempre col nome, piuttosto che col cognome? Come considerare chi schiatta dal ridere per barzellette di pessimo gusto? È snobistico assumere che chi legge il «New York Time» sia più colto di chi legge il «National Enquirer», il «Globe», il «Daily Mail», ovvero i "supermarket tabloid", testate giornalistiche che pubblicano notizie spazzatura? Queste e altre domande vengono sollevate da Emrys Westcott, in The Virtues of Our Vices, volume con pretese filosofiche e morali, nonostante l'autore sia indeciso tra una morale invenzione umana e una morale dovuta all'evoluzione biologica, e non esiti, con qualche tuttologica presunzione, a classificare Mosè, Budda, Socrate, Cristo, Maometto tra i rivoluzionari morali.
Non pensiate che non mi interroghi sulle offese, spesso rozzezze, anche camuffate: non è forse prepotente e oltraggioso chi, privo di cultura letteraria professionale, raccomanda, a destra e a manca, con "recensioni" perentorie e insindacabili, tutti i volumi che ha ingurgitato a mo' di noccioline? Non pensiate che non mi chieda se non debba stimare pure le opinioni citrulle, nel rispetto dell'individuo che le nutre, e, difatti, molto ho appreso in proposito dalle leggi fondamentali della stupidità (vedi Carlo Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino 1988), leggi da non dimenticare: «Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli stupidi in circolazione; la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa; una persona è stupida se causa un danno a un'altra persona o un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno; le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide, dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore; la persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista».
Come pretende Emrys Westacott, si nasconderanno pure virtù nelle pecche o vizi più comuni (offese, gossip, snobismo – snobismo che, tra l'altro, a mio avviso, una pecca non è, né un vizio – humor di cattivo gusto, disprezzo per le credenze altrui), ma mi attenderei chiarezza sulla natura di queste «cattive abitudini», prima che si avvii un qualche discorso su virtù e vizi (altri termini da chiarire), discorso su quanto una non meglio definita «saggezza convenzionale» mascheri i benefici pratici di certi comportamenti alieni alle buone maniere. Nulla da eccepire sul fatto di quanti e quali benefici si ottengano con arroganza, impertinenza, maleducazione, ostentazione di (falsa) gentilezza, villania, volgarità; eppure questi benefici tediano chi confida ancora nel bon ton. Per di più, Emrys Westacott si reputa erede di una tradizione filosofica concentrata, a suo dire, sulla nostra vita quotidiana, sui nostri problemi comportamentali, sulle nostre relazioni interpersonali, e la oppone a una tradizione filosofica fredda, accademica, che tratta solo di astrusità, di definizioni, di troppi concetti e termini. Ma la prima tradizione è davvero filosofica, mentre la seconda non affonda forse tutte le proprie radici nelle nostre esistenze?
Nessun volume è senza qualità, e quelle di The Virtues of Our Vices consistono in una scrittura briosa, in uno stile accessibile ai più, in un'attenzione per la quotidianità, in una serie di barzellette e freddure triviali, nonché da collezionare. Da collezionare per il prossimo rozzo e stupido in cui vi imbatterete: lui le giudicherà virtuose.
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Emrys Westacott, The Virtues of Our Vices. A modest defense of gossip, rudeness, and other bad habits», Princeton University Press, Princeton & Oxford, pagg. 304, $ 26,95