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Questo articolo è stato pubblicato il 28 agosto 2012 alle ore 16:13.

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Avete presente il discorso di Pierluigi Bersani all'ultima assemblea del Pd? Vi ricordate che cosa disse Susanna Camusso allo sciopero generale di un anno fa? E Silvio Berlusconi nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio? Ve lo dico io: no che non ve lo ricordate. E questo perché la classe dirigente italiana, benché ami apparire in pubblico, ha un grosso problema con i discorsi.

Si dirà, vista l'aria che tira, che non è un grave problema: che gli italiani sono stanchi di parole, prediche e sermoni e preferirebbero sentire meno discorsi e vedere più azioni, più riforme. L'argomento è malposto, e non solo perché di riforme in questi anni in Italia ne sono state approvate decine, quasi tutte inefficaci, incomplete o tra loro incoerenti, come spiega Marco Simoni nel suo bel libro Senza alibi (Marsilio, 2012). Paradossalmente infatti, proprio vista l'aria che tira, gli italiani avrebbero bisogno di più discorsi politici. Discorsi politici veri, però, alti: coincisi, retorici il giusto, intellettualmente onesti, ricchi di argomenti e dati a sostegno della loro tesi. Anglosassoni, il più possibile.

Un buon discorso politico, infatti, migliora la società: arricchisce di informazioni l'elettorato, gli chiarisce le idee, lo aiuta a farsi un'opinione informata, educa al confronto dialettico civile. Un discorso ben scritto e ben esposto può cambiare la carriera di un politico e la sorte di un movimento. Può essere un mezzo straordinariamente efficace per influenzare il dibattito pubblico e l'agenda politica, per creare consenso attorno a un tema o a se stessi, per generare attenzione duratura da parte dei mezzi di comunicazione, per stimolare la raccolta di fondi a favore di una campagna.

Due tra le persone più potenti del mondo, Barack Obama e David Cameron, hanno cambiato la loro carriera politica grazie a un discorso, passando in pochi anni da essere dei politici semi-sconosciuti a essere leader dei propri Paesi. Ronald Reagan nel 1964 fece un discorso a cui ancora oggi negli Stati Uniti si fa riferimento come a "The Speech", "Il Discorso": tre anni dopo si ritrovò governatore della California, il resto lo sapete. Quasi non c'è presidente americano del Novecento di cui non ci si ricordi una frase. Dei politici italiani degli ultimi vent'anni, invece, fuori dalla nicchia degli addetti ai lavori ci si ricorda pochissimi discorsi. Quello di Berlusconi nel 1994, l'Italia-è-il-paese-che-amo, peraltro registrato. Il discorso di Veltroni al Lingotto nel 2007. Stop.

Di norma la classe dirigente italiana preferisce occasioni meno solenni e impegnative per rivolgersi agli elettori, meglio se mediate dai giornalisti: interviste, conferenze stampa, ospitate in tv, convegni con più ospiti. Nelle occasioni potenzialmente solenni – una manifestazione di piazza, un congresso di partito – i politici italiani si limitano al compitino: un lunghissimo sermone dall'invariabile struttura circolare (si parte sempre dalla situazione internazionale, fateci caso, anche per parlare dello sciopero dei tram), qualche slogan, attenzione maniacale a toccare tutti i temi possibili per non deludere nessuno. Persino nelle occasioni obbligatoriamente solenni, come in Parlamento, il politico italiano medio semplicemente non è all'altezza: legge male discorsi fatti per lo più di banalità retoriche e battute da due soldi, spesso pieni di errori grammaticali.

Esiste poi, soprattutto a sinistra, una qualche resistenza rispetto all'idea di farsi aiutare da professionisti. Che non vuol dire farsi scrivere un discorso da un'agenzia pubblicitaria sulla base dei risultati dei sondaggi ma ricorrere all'aiuto di persone competenti per mettere per iscritto i concetti nel modo più efficace possibile, trovando le metafore giuste, le pause giuste, le parole giuste. Siamo arrivati quindi a quello che forse, in fondo, è l'ostacolo fondamentale, il punto ineludibile, banale come sono solo certe cose vere: per essere in grado di fare un bel discorso, uno di quelli che passano alla Storia, bisogna avere qualcosa di importante da dire.

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