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Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2012 alle ore 11:51.

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Quella dell'Italia è l'immagine «di un Paese mediocre che vive sulle spalle di un grande passato». E questo perché non riusciamo a comprendere quanto importante sia il ruolo della cultura per contribuire a rovesciare quella percezione. In Italia la cultura ha perso centralità sociale ed è «sentita e raccontata come un ambito decisamente marginale rispetto a quelli vitali per il futuro del Paese».

Una diagnosi suffragata da "Indice 24", l'indicatore elaborato da Pier Luigi Sacco, docente di economia della cultura allo Iulm di Milano, che viene presentato oggi nel corso degli Stati generali della cultura in corso a Roma, presso il teatro Eliseo.
Il parametro si basa sull'archivio digitalizzato Google-Harvard, che è in grado di contare l'incidenza di uno o più termini in un database di libri digitalizzati che comprende oltre otto milioni di volumi in lingua inglese pubblicati tra il 1800 e il 2000. All'interno di questo mega-archivio, si può, per esempio, misurare l'incidenza della parola "Italia" associata a termini come "arte", "cinema" o "musica", così che facendo la stessa operazione con altri Paesi diventa possibile capire e misurare quanto ciascuna realtà presidia una certa area di produzione di contenuti nel contesto globale.

Si finisce per ottenere, dunque, una serie di indicatori di competitività simbolica, dai quali si evince che nell'arco dell'ultimo scolo (dal 1900 al 2000) l'Italia ha perso posizioni nel settore dell'arte e dell'architettura. Ha tenuto, invece, in quello del food, della moda e del design. In particolare, nel settore dell'arte, dove pure il nostro Paese può vantare una notevole rendita di posizione, si assiste – scrive Sacco - a un , con una vertiginosa picchiata dal primo posto di inizio secolo all'ultimo di questi anni.
Nel settore culturale, insomma, il Paese si tiene a galla più per i "fasti" del passato che per il dinamismo e l'interesse generato dalla produzione attuale. Occorre – suggerisce Sacco - «rivitalizzare» la nostra identità culturale e l'«intero sistema di produzione del valore economico e sociale». Sterzata che «non può che passare attraverso una fase di profondo rinnovamento, che presuppone quasi inevitabilmente un forte ricambio e una forte riqualificazione della classe dirigente».

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