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Questo articolo è stato pubblicato il 16 dicembre 2012 alle ore 08:19.

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Bellezza produce ricchezza? E, soprattutto, quali sono i meccanismi con cui, dall'arte e dalla cultura, si liberano energie economiche e umane? È appena uscito, per i tipi di Routledge, un saggio che si occupa di indagare il vitale (e complesso) connubio fra industria creativa e innovazione. A curarlo è Luciana Lazzeretti, che insegna all'università di Firenze dove è direttrice del corso di perfezionamento in economia e gestione dei beni museali e culturali. Si tratta di un volume a più mani, con quindici saggi scritti da un gruppo di economisti italiani e stranieri delle più diverse estrazioni.
Questo libro rappresenta, nel mercato internazionale delle idee, uno dei punti più avanzati di un particolare sviluppo di uno degli archetipi interpretativi dell'economia classica del Novecento, ossia il concetto di distretto marshalliano. E non è un caso che un simile sviluppo avvenga in un ambiente internazionale, ma prima di tutto fiorentino, dove appunto si sono esercitati a lungo il carisma intellettuale e l'esperienza accademica di Giacomo Becattini, lo studioso che ha innestato, sulla cultura classica della grande impresa e sull'economia politica tradizionale, la lezione di Alfred Marshall, l'autore dei Principles of Economics, offrendone una variante in grado di adattarsi bene alla comprensione dell'articolato tessuto produttivo italiano. Lo scenario reale di fondo è quantitativamente rilevante. Considerato il perimetro dell'industria creativa nell'accezione più ampia (dall'architettura alle performing arts, dal printing and publishing alla ricerca e sviluppo, dal cinema ai servizi tecnologici), gli addetti di questo macro-settore sono in Spagna 673mila (il 4,1% degli occupati totali), in Italia 878mila (il 5,6%), in Gran Bretagna 1,4 milioni (il 5,6%) e in Francia 972mila (il 4,4%). Dunque per la vecchia Europa, che in Gran Bretagna ha sperimentato la tecno-finanziarizzazione più spinta, in Francia la resistenza passiva dell'economia semi-pubblica, in Germania la solidità della grande impresa e in Italia la flessibilità dei territori, il contesto analizzato è comunque assai significativo.
Non si tratta però di una importanza statica. Si tratta soprattutto di un rilievo dinamico. Nel senso che, in una epoca segnata dalla strutturale de-manifatturizzazione dei Paesi più avanzati, la produzione a più alto valore aggiunto non si può non spostare sull'economia della conoscenza e su un terziario avanzato in grado di sfruttare adeguatamente una serie di fattori della produzione sottili, nel senso di sfuggenti e poco visibili, come l'intelligenza, la creatività e il senso della bellezza. Qualcosa di immateriale, ma anche di organizzato in maniera ora personalistico-artigianale ora seriale-industriale. Qualcosa che, citando Marshall, è "atmosfera industriale", un'espressione valida a indicare quella complessa miscela di economia e psicologia, individui e comunità, interessi e valori che caratterizzano l'identità e la specializzazione produttiva di un determinato luogo, che può essere sia fisico sia simbolico. Una forma neo-marshalliana ibridata con l'economia della cultura di matrice anglosassone, che non disdegna di utilizzare modelli econometrici per cogliere la natura più quantitativa dei fenomeni culturali e dell'industria dei servizi. E così, attraverso concettualizzazioni, misurazioni e studi di caso comparati, si analizzano per esempio l'editoria spagnola più avanzata, l'impresa culturale austriaca, le peculiarità danesi finalizzate al sostegno dell'industria creativa, le filiere corte nel food, il tema del design e dell'architettura nel suo rapporto con le nuove tecnologie e con le sensibilità ecologiste e la questione del legame fra arte e tecnologie.
Un discorso culturale frastagliato e complesso, dal quale si scorgono due differenti linee di fondo, con lo sviluppo dei Paesi mediterranei guidato più dal patrimonio culturale e con la crescita dei Paesi del nord Europa caratterizzata più dall'innovazione tecnologica. Un discorso che, sotto il profilo del metodo, viene tenuto insieme dall'idea che, appunto, sia possibile porre, all'interno di modelli formalizzati ma non formalisticamente ossificati da una visione che rifiuti la dimensione qualitativa, realtà economiche e culturali che appaiono sempre più centrali, all'interno di uno sviluppo occidentale segnato da una terziarizzazione incipiente.
Peraltro, usando lo schema interpretativo elaborato da Paul Krugman, che attraverso la sua geografia economica è riuscito a conciliare il patrimonio culturale marshalliano e post-marshalliano con il mainstream, emerge dalla lettura di questo saggio una riflessione implicita: la rilevanza economica delle forme più diffuse di cultura popolare e di cultura elitaria - da quella materiale del cibo ai network museali, dal cinema e dall'editoria più raffinata alle architetture in grado di conciliare tradizione estetica e nuove sensibilità green - può rappresentare una nuova specializzazione economica per una Europa che, insieme alla manifattura convertita all'economia della conoscenza, è alla ricerca di nuove vocazioni. Un ragionamento che appare tanto più valido per il nostro Paese.
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Creative Industries and Innovation
in Europe, edited by Luciana Lazzeretti, London, Routledge, pagg. 309, £ 85,00

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