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Questo articolo è stato pubblicato il 16 dicembre 2012 alle ore 08:19.

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Nel 2013 la Biblioteca Hertziana festeggia il suo centesimo compleanno con un regalo straordinario alla città di Roma e alla comunità internazionale degli studiosi: la nuova biblioteca e le sale di lettura progettate dall'architetto spagnolo Navarro Baldeweg dentro lo storico complesso dei palazzi Zuccari e Strogonoff su via Gregoriana a Roma.
Fu infatti nel 1913 che la mecenate ebrea Henriette Hertz lasciò per testamento alla Kaiser Wilhelm Gesellschaft (poi Max-Planck Institut) la prestigiosa sede di Palazzo Zuccari, in cui si era installata nel 1904 con la più cara amica d'infanzia, Frida, moglie dell'industriale chimico Ludwig Mond, trasformandolo presto nel più prestigioso salotto artistico culturale di Roma.
Henriette era nata nel 1846 a Colonia, dove aveva ricevuto un'educazione umanistica , improntata allo studio delle lingue classiche e della letteratura, campo in cui si produsse anche come scrittrice. Con un romanzo, Alide , che pubblicò con lo pseudonimo di Harry, forse per avere più credibilità nella società profondamente maschilista del suo tempo. Ma il vero fulcro della sua vita intellettuale fu l'arte (alla sua morte lasciò incompiuto uno studio sul Perugino), di cui fu collezionista (nel suo testamento donò allo stato italiano tutti i suoi dipinti) e mecenate, destinando il palazzo con la sua ricca biblioteca a studiosi e ricercatori cui offriva il sostegno di una delle più importanti e cospicue raccolte documentarie sull'arte rinascimentale, la passione che l'aveva spinta sin dal 1882 a intraprendere lunghi viaggi in Italia fino al suo definitivo insediamento a Roma. Non si trattava però dell'infatuazione di una colta dilettante: nella sua impresa Henriette fu infatti assistita dall'amico Ernst Steinmann, studioso di Michelangelo e primo direttore di quella biblioteca che – come gli confidò in una lettera – «era il soddisfacimento dell'unico, vero desiderio della sua vita».
Per chi crede che alcuni luoghi abbiamo nel nome il loro stesso destino, palazzo Zuccari è la prova lampante. L'aveva fatto costruire il pittore urbinate Federico Zuccari, che a tale scopo nel 1590 aveva acquistato a Trinità dei Monti un lotto di terreno proprio sopra ai resti dei celebrati horti di Lucullo, il generale romano passato alla storia per i fasti dei suoi ricevimenti. Di quello straordinario complesso di edifici e giardini terrazzati (le cui fondamenta sono oggi visibili e parte integrante della nuova Biblioteca Hertziana) alle pendici del Pincio, rimaneva ancora il ricordo, rilanciato dallo Zuccari nel fastoso giardino annesso al palazzo, cui si accedeva attraverso la bocca spalancata di un grande "Mascherone", in modo da incutere spavento nel visitatore prima di sorprenderlo con la vista rasserenante del paradiso vegetale. Alla sua morte Zuccari lasciò la casa agli artisti dell'Accademia di San Luca (di cui era stato "Principe" nel 1593) con il preciso mandato di assicurare agli artisti un punto d'incontro e agli studenti in canna un prezioso alloggio per perseguire senza troppe ristrettezze la loro educazione. Esattamente il mandato raccolto da Henriette Hertz che nel suo testamento precisava l'intenzione di creare un luofo dove studiosi di tutte le nazioni potessero ritrovarsi « in piena libertà e autonomia» per dedicarsi alla «ricerca dell'arte della cultura dal Rinascimento in poi».
Ripercorre la storia di luoghi, personaggi ed eventi aiuta a comprendere la complessità del compito affrontato dall'istituto Max Planck quando nel 1994 fu bandito il concorso per la ristrutturazione e l'ampliamento della biblioteca e della fototeca, senza di cui si prospettava la chiusura o la paralisi per sovraffollamento. Basti pensare infatti che, allo stato attuale, solo la biblioteca specialistica conta più di 270mila volumi, oltre a 2.500 periodici e una fototeca di 800mila fotografie: un patrimonio immenso, ma difficile da gestire con l'efficienza e la continuità richieste dalla reputazione internazionale dell'Hertziana e dai tempi di studio dei ricercatori.
«Si tratta di una conquista da coltivare per garantire il nostro futuro – dice Sybille Ebert-Schifferer, direttrice della biblioteca insieme a Elisabeth Kieven –. In questo crogiolo sono stati fatti dei passi importanti nel processo di civilizzazione senza il quale oggi l'Europa non esisterebbe». L'opera interamente finanziata dalla Germania con un finanziamento di 20 milioni di euro (per due terzi erogati dai Bund e dai Länder tedeschi) è la migliore dimostrazione di quell'integrazione europea che oggi sembra pericolosamente vacillare sotto i colpi di una politica finanziaria a senso unico: «L'Europa – tiene a ricordare Elisabeth Kieven – non è una costruzione sintetica e l'arte, che ha radici culturali comuni, ne è la testimonianza. Come è già avvenuto nel Rinascimento e nell'Illuminismo, anche oggi possiamo vivere il presente senza trascurare il legame comune con il passato: non esiste futuro senza memoria».
Non ha avuto bisogno di ricordarsene Navarro Baldeweg, vincitore del concorso nel 1995 e autore di questo straordinario progetto che gli è appena valso il premio Gubbio per il sottile dialogo tra presente e passato. «Un progetto come questo – ha scritto nella bella monografia appena pubblicata da Electa – esige innanzitutto che si prendano in considerazione le radici fisiche di uno spazio così particolare». Baldeweg è uno dei più sensibili interpreti dell'arte dell'architettura, autore in patria di opere come il Palazzo dei Congressi di Salamanca e del Centro di Ricerche e museo di Altamira e in Europa dell'Istituto di archeologia di Amersfoort.

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