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Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2012 alle ore 08:17.

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A leggere gli annali del Sud Tirolo, dove divenne cardinale arcivescovo di Bressanone nel 1450, Nicola Cusano fu uomo capace di vedersela anche col demonio, e di averla vinta, o per lo meno, di provarci. Potente, fin troppo consapevole delle sue prerogative, abituato ad andare per le spicce, cercò di riformare la chiesa locale e si attirò subito odii a non finire. La badessa Verena von Stuben, che non ne voleva sapere del l'ingerenza del nuovo venuto, gli scatenò addosso le milizie sue e quelle dell'arciduca Sigismondo, tanto che Cusano dovette cercar scampo nel castello di Brunico. Tra un diavolo e un assedio, l'instancabile cardinale ebbe tempo di ammannire ai fedeli della sua diocesi prediche dottissime, pronunciate in volgare tedesco, e poi messe per iscritto in latino. Sermoni davvero ricchi di afflato mistico, uno capolavori del pensiero quattrocentesco, che adesso appaiono per la cura di Cesare Catà. Chissà che faccia avranno fatto, i buoni valligiani, a sentire le astruserie del cardinale, increduli davanti a quel filosofo raffinato che, all'occorrenza, poteva essere implacabile, o addirittura "un assassino", secondo la definizione colorita della badessa nemica. Niente di più sereno e luminoso di queste meditazioni sull'inconoscibilità di Dio, e sulla via negativa che porta al cielo. Nato a Kues, presso Treviri, nel 1401, figlio di un prospero battelliere della Mosella, Cusano aveva studiato a Padova, ed era dunque tramite naturale tra il mondo della spiritualità tedesca e i nuovi metodi e ideali del l'umanesimo italiano. A proposito di diavoli, punto di riferimento della speculazione cusaniana è Meister Eckhart, il mistico renano, vissuto tra Due e Trecento, le cui dottrine azzardate furono giudicate «semenza del demonio». E in effetti, benché Cusano sia stato esponente di prestigio e di grande autorità della gerarchia ecclesiastica, il suo pensiero contiene un'indubbia carica provocatrice. L'insegnamento cusaniano può essere riassunto nel concetto di docta ignorantia, ovvero la convinzione che sia possibile conoscere Dio solo ammettendo la propria insipienza, dopo aver preso atto dell'inadeguatezza del finito davanti all'esuberanza del divino. La via antica della teologia negativa, che cerca di avvicinarsi al trascendente attraverso il silenzio, o, al massimo, con l'enunciazione di quello che Dio non è, e di quanto di Lui non si può dire. Cusano, con quel suo modo sottile di argomentare che ne ha fatto un maestro di perplessità, osa mettere ulteriormente a fuoco questo indicibile. L'ignoranza sapiente diviene così trasgressione dei confini della razionalità. Per il Cardinale di Kues, Dio è potenza assoluta, ma in questo accoglie in sé la totale, e terribile, compresenza degli opposti. Male e bene, bontà e cattiveria, luce e tenebra, tutto ha posto in Lui, giacché Egli è luogo, sincronia dell'essere, di ciò che è stato, è, e di quanto sarà. La coincidentia oppositorum di Cusano è visione beatifica, ma può anche rivelarsi nella sua energia paurosa. Non c'è scampo, di fronte al Signore degli opposti, e non vale la comoda scorciatoia del buon senso. Essere "ignoranti" è allora l'unica salvezza. L'ignoranza cusaniana porta con sé il naufragio delle certezze sillogistiche, con la conseguente rinuncia al metodo propugnato dalla scolastica. Il passaggio dal mistero divino al mondo fenomenico non è materia da indagare con sottili distinguo dialettici. A Cusano si deve una metafora conoscitiva sorprendente. Il pendolo che oscilla tra l'Uno e del molteplice è mosso da una forza misteriosa. Se in Dio, i tanti esistono come complicatio, l'Uno si diffonde invece nei molti come explicatio. Tra i due poli fluisce una stessa energia, pronta a dilatarsi quando muove verso l'alto e a concentrarsi se scende nelle realtà terrene. È, se si vuole, soprattutto una questione di spazio. La finitezza umana è angusta, e non può certo accogliere Dio nella sua potenza originaria. Ma l'assoluto è in grado di rimpicciolirsi fino a "entrare" nella minuscola casa di quaggiù. Certo, non si può dire che a contrarsi sia l'essenza di Dio, che – in quanto tale – rimane assolutamente separata e indeterminata. Piuttosto, è l'azione divina che si fa posto nel creato. «Creare e venir-creato – scrive il Cardinale – non significa altro se non che Tu comunichi il tuo essere a tutte le cose, sicché sei tutto in tutti e tuttavia sciolto resti da tutti». È insomma necessario pensare il Creatore come l'infinitamente grande ma anche come l'assolutamente Piccolo, tanto minuscolo da sfuggire al peso, alla distanza, e da potersi insinuare in ogni cosa, dandole vita e movimento. Un bel modo per per farci riflettere sui limiti della nostra comprensione. Non è solo la dismisura a sottrarsi alla nostra ragione. Dio ci elude anche quando si stringe per starci accanto. L'impeto della creazione, quello sì lo possiamo percepire, posto che sappiamo fare abbastanza silenzio dentro di noi.
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Nicola Cusano, Sermoni sul Dio inconcepibile, a cura di Cesare Catà, Melangolo, Genova, pagg. 218, € 16,00

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