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Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2012 alle ore 08:18.

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«Nella tarda mattinata del 16 dicembre 1915, un giovane e promettente politico chiamato sir Mark Sykes entrò in fretta a Downing street, per un incontro». Deputato conservatore in Parlamento, il giovane Sykes andava a presentare al primo ministro Asquith e a lord Kitchener, il ministro della Guerra, il suo "tour d'orizont": una mappa della regione divisa in due da una linea quasi retta da Haifa a Sud Ovest, a Kirkuk nel Nord Est.
È la genesi di quello che conosciamo oggi del Medio Oriente: le sue guerre, i suoi nazionalismi irrisolti che hanno prodotto società civili irrealizzate, i settarismi chiusi in frontiere evanescenti che avrebbero prodotto solo conflitti. Il più insolubile, ora sopito ora in fiamme, è quello fra israeliani e palestinesi. È a questo che si dedica A Line in the Sand di James Barr, giovane studioso inglese. Barr descrive il modo profondamente coloniale e intimamente superficiale con il quale inglesi e francesi divisero, tracciando una semplice linea sulla sabbia, «dalle coste del Mar Mediterraneo alle montagne della frontiera persiana» i resti dell'impero ottomano che stava crollando.
L'obiettivo di Sykes non era soddisfare le richieste di indipendenza, del resto allora imprecise, dei popoli di quella regione; ma di trovare un compromesso fra colonialismo inglese e francese. In tempo di guerra come quello, l'alleanza fra i due Paesi, non doveva essere incrinato dalle pretese nel Levante. Per salvare una guerra crearono le condizioni di tante guerre. O, come dice un altro libro fondamentale su quel periodo, di David Fromkin, lavorarono per "a peace to end all peace" (Una pace senza pace, Rizzoli).
Alcuni mesi dopo l'incontro a Downing street, Sykes e il francese François George-Picot perfezionarono la linea mutualmente accettata fra le due avidità coloniali: la Grande Siria con la Provincia del Libano, ai francesi; Iraq e Transgiordania agli inglesi che già da un trentennio controllavano l'Egitto e il canale di Suez. Sulla sabbia del deserto furono tirate altre linee per formare Stati ed entità geografiche mai esistite e destinate a una condizione di fragilità permanente. Come accadde soprattutto in Palestina fra gli immigrati ebrei e la popolazione araba locale, fecero promesse irrealizzabili che non seppero mantenere. Prima che gli ebrei rivendicassero la loro terra, sollecitati dagli inglesi, i palestinesi si percepivano come parte della Grande Siria dalla quale la linea Sykes-Picot li aveva divisi. Fu il risorgimento sionista a provocare un risorgimento arabo-palestinese. Di questa fase dal 1917, la caduta dell'impero ottomano, alla nascita di Israele del 1948, raccontata da Barr, c'è un'altra opera essenziale: One Palestine, Complete di Tom Segev (Metropolitan Books, 1999).
A Line in the Sand ha un'altra prerogativa. È stato pubblicato alla fine dell'anno scorso e s'impone anche per essere stata l'ultima opera degna di nota - forse l'unica in assoluto - dedicata ai palestinesi, agli israeliani e al loro confronto senza fine. La bibliografia del 2012 offre solo Walking Palestine di Stefan Szepesi, giovane diplomatico olandese a Gerusalemme. È un'opera forse presuntuosa, forse illusoria, forse solo la ricerca disperata di una forma di normalità in un piccolo territorio di estremi. Walking Palestine è il resoconto di 25 passeggiate fra i sentieri, i wadi, gli uliveti, i vecchi conventi arroccati sulle montagne.
Fare trekking nella West Bank, cioè la regione a Occidente del fiume Giordano, cioè la Cisgiordania, cioè i Territori palestinesi occupati da Israele da 45 anni, sembrerà un'attività eccentrica. Infatti lo è, considerando le colonie ebraiche, le strade precluse ai palestinesi, i posti di blocco militari. Ma cose incredibili e antiche si scoprono camminando per la Palestina.
La pubblicistica, comprese l'inglese e la francese, è notevole sulla guerra civile siriana, le fratellanze islamiche che stanno conquistando il potere in molti Paesi. I libri e gli e-books sulle Primavere sono decine: l'ansia di stare sulla notizia produce materiale mediocre. Privi di profondità analitica ma di breve respiro come un articolo di giornale, pochi meritano di essere salvati. Dei 18 contati, 15 sono di troppo.
Ma su Israele e Palestina quasi niente. L'inopinato riapparire sulla scena del conflitto contemporaneo più antico del mondo, grazie alla breve guerra di Gaza e al voto all'Onu sulla Palestina come "Stato membro osservatore", ha colto di sorpresa la saggistica. È comprensibile: nella bibliografia dell'ultimo mezzo secolo non esiste conflitto che abbia lo stesso numero di titoli pubblicati. È prevedibile che l'immediato futuro non offrirà nuovi spunti: israeliani e palestinesi sono congelati nel loro conflitto, senza prospettive di dialogo né di nuova Intifada. Le Primavere cambieranno il quadro generale della regione, creeranno nuovi parametri diplomatici e militari. Ma il processo di cambiamento del mondo arabo sembra complicato e lungo per offrire ora nuova materia alla questione palestinese.
Non resta che il passato: non l'analisi di un presente troppo événementiel, ma lo studio degli archivi per immergersi alle origini del conflitto. Quest'anno lo ha fatto Marcella Emiliani in Medio Oriente (Laterza), due volumi che analizzano la storia di tutto il Medio Oriente dal 1918 a oggi. A Line in the Sand è più specifico sulla questione israelo-palestinese.
Barr racconta che dopo essersi messi d'accordo, inglesi e francesi incominciarono a tramare per togliere l'uno la parte di Levante dell'altro. I due alleati-concorrenti non hanno solo prodotto i conflitti che conosciamo: li hanno resi insolubili. Fino all'ultimo i francesi avevano anche cercato di carpire la Palestina. Se avessero saputo come sarebbero andate le cose, gli inglesi avrebbero volentieri rinunciato a «quel nido di vespe».

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