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Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2012 alle ore 08:17.

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È il Natale del 1940 e nello Stalag nazista XII D di Treviri i detenuti decidono di allestire una sorta di dramma sacro. A stenderne il testo incaricano uno di loro, il francese Jean-Paul Sartre, e colui che diverrà poi uno dei filosofi più acclamati del Novecento compone Bariona o il figlio del tuono. In quella sceneggiatura a un certo punto entra in scena anche Maria che ha appena dato alla luce Gesù. «Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio… Ella sente insieme che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli è Dio. Ella lo guarda e pensa: "Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia!". Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che può toccare e vive».
Abbiamo voluto evocare questo passo suggestivo per proporre ai nostri lettori una riflessione natalizia un po' scontata, eppure anche un po' inusuale. Vorremmo, infatti, parlare di una virtù in declino nei nostri giorni così sguaiati, la tenerezza, che ha un suo corteo di «ancelle» come la dolcezza, la delicatezza, l'affettuosità, la mitezza e che si colloca all'ombra dell'amore. Dicevamo che è un tema un po' scontato perché di solito il Natale è incentrato sul Bambino e, quindi, presuppone una certa finezza di sentimenti, purtroppo subito avvolti nella carta patinata e nei lustrini dei regali. Ma è anche un soggetto inusuale perché la sessualità sbrigativa e consumistica delle attuali relazioni spegne la raffinatezza dei legami personali, l'ammiccamento è cancellato dall'esplicito, l'eros precipita subito nel porno. Anche nei rapporti sociali più generali è la grossolanità a dominare, alla gentilezza si sostituisce la rozzezza e persino nella religiosità si è inclini a guardare con sospetto la devozione semplice e spontanea.
Heinrich Böll – in quel tempo ancora cattolico praticante – in un volumetto del 1961 intitolato Lettera a un giovane cattolico (in Italia lo tradusse la Locusta di Vicenza nel 1968) registrava questa obiezione di un giovane: «Ciò che fino ad oggi è mancato ai messaggeri del cristianesimo di ogni provenienza è la tenerezza: tenerezza verbale, erotica, sì, persino teologica». Böll replicava: «Non è vero che i messaggeri del cristianesimo non abbiano avuto tenerezza: il Cantico dei cantici è stato letto nella Chiesa e, accanto a Benedetto, a Francesco, a Giovanni della Croce, ci sono state Scolastica, Chiara e Teresa d'Avila». E potremmo continuare l'elenco aggiungendo l'amicizia tenera tra san Girolamo e la nobildonna romana Eustochio e sua figlia Paola, tra san Bernardo ed Ermengarda di Bretagna, tra santa Teresa d'Avila e Girolamo Gracián o san Giovanni della Croce, tra san Francesco di Sales e santa Giovanna Frémiot de Chantal, tra il grande teologo Hans Urs von Balthasar e Adrienne von Speyr e così via.
Anzi, nel 2000 un teologo ha elaborato una sorta di trattato generale sulla Teologia della tenerezza (edizioni Dehoniane), considerandola come un corollario del Vangelo dell'amore, e allargandola dalle pagine bibliche alla riflessione spirituale e alla stessa società che ha nell'incontro d'amore tra il maschile e il femminile la sua cellula germinale. Certo, il grande archetipo non solo religioso, ma anche culturale – come ricordava Böll – è il biblico Cantico dei cantici, ove si ha tutto l'arcobaleno dei sentimenti e delle iridescenze che noi rubrichiamo sotto il termine di «tenerezza», un vocabolo che filologicamente oscilla forse tra il «tenue» (la dolcezza ama il tono minore e non l'urlato) e il «tendere», perché la delicatezza della passione genera anche tensione talora spasmodica (in greco tétanos!). C'è, però, nella Bibbia da segnalare anche la vasta applicazione a Dio della simbologia nuziale e genitoriale.
In questa luce è curiosa (e poco nota, a tal punto da aver creato sconcerto uno dei pronunciamenti del brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I sulla «maternità» di Dio) la solida fisionomia materna del Dio biblico, soprattutto all'interno dello scritto di quel profeta anonimo la cui opera è entrata nei cc. 40-55 di Isaia e per questo è denominato «Secondo Isaia». Basti solo citare un paio di esempi. In Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna del suo lattante, di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!». Oppure il sorprendente contrasto presente in Isaia 42, 12-15 ove a un Dio che avanza come guerriero possente e urlante (la trascendenza divina) si oppone un Dio che «grida come una partoriente, respirando e aspirando insieme», cioè ansimando affannosamente come fa la madre nel momento del parto (l'immanenza e la prossimità divina).
Il fedele stesso rappresenta la sua fiducia in Dio comparandosi a un bimbo dolcemente abbandonato a sua madre: «Sono tranquillo e disteso come un bambino svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia», si canta nel Salmo 131,2. Un rigoroso teologo come Clemente Alessandrino (II-III sec.), nella sua opera Quis dives salvetur, cercava persino di fondere le due metafore della paternità e maternità divina proprio attraverso il denominatore comune della tenerezza: «Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza (sympathés) che prova per noi lo fa diventare madre. Amando, il Padre diventa femminile» (37,2). Nel Nuovo Testamento è, comunque, la figura di Cristo ad assumere in sé tutta la gamma della tenerezza con la delicatezza, la benevolenza, la benignità, la compassione, la mitezza. Egli, infatti, si definisce come «mite e umile di cuore» e attrae a sé tutti coloro che sono «affaticati e oppressi» per un abbraccio di amore e di solidarietà (Matteo 11,28-29).

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