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Questo articolo è stato pubblicato il 08 marzo 2013 alle ore 12:32.

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I luoghi dell'abbandono, fotografati da Chris Luckhardt, sembrano contenere tutto l'amore dato e perso alle cose. Come un libro chiuso, il Sattler Theater di Buffalo (New York) riprende a respirare, e illumina la scena imbottita di grana. Così, le potenti aule smembrate della Redford High School di Detroit (Michigan) sembrano evocare il nome del tempo perduto. Contraltare febbrile ai malesseri interni sono gli ambienti a cielo aperto che ci fa attraversare Luckhardt: l'isola Hashima a Nagasaki (Giappone) che, per quindici chilometri, si estende tra carcasse di fango e combinazioni naturali; le montagne russe Nara Dreamland (regione del Kansai) attorcigliate nell'erba nebbiosa che cigola più di un inferno botanico. E ancora, stazioni di servizio dissestate, bunker sotterranei costruiti durante la Seconda Guerra Mondiale, centri commerciali dove riecheggia il gospel di Blues Brothers, chiese fatiscenti che hanno interrotto i propri sermoni.

E' una seconda vita, quella che ci presenta Luckhardt, buttando via tutte le bende e gli strappi della consunzione: la sabbia, scoccata come una freccia sotto i nostri occhi, diventa argilla, a tratti marmo, e non resta che il sublime mormorio della parola sciolta. Braci, banchi, detriti, pomi, poltrone, amori a scadenza.

Sopravvive alle gabbie, lo sguardo di raso di Chris Luckhardt. Sopravvive al ricordo, ai graffi di colore. Non è mera casualità ma un raffinato processo di raccoglimento e contemplazione che l'artista sintetizza con "esplorazione creativa". Un'esplorazione dall'intento pressoché cristologico di rendere gli ultimi (le rovine del mondo e i deserti del cuore) primi. Il percorso biografico del fotografo cresciuto a Stratford, nella provincia di Ontario, in Canada, è la prova di come umiltà e intraprendenza siano l'arma meno sgualcita e più controvento per la riuscita di una visione degna di essere scolpita: Luckhardt, appassionato di chitarra, si divide infatti tra web-management, un Internet radio network su arte, filosofia e tecnologia, e, naturalmente, la fotografia (le fotocamere iconiche per Luckhardt sono Kodak Instamatic X30 e Disc 4100). Oggi, il suo tarlo è imparare il giapponese e trasferirsi su un'isola dimenticata, passando per la Russia. Nel mezzo scorrono stelle cadenti e immagini da catturare "come se fossero uniche al mondo, in un sistema dove tutto è uguale e scaricabile in ogni secondo", sostiene l'artista. Il lato ombroso e desolato degli scenari rappresenta, giustappunto, la perfetta simbiosi uomo-natura. La strada per la fotografia gli è stata indicata da professionisti del calibro di Emma Katka, Jeff Bierk, Ed Serecky, Ikumi Nakamura e Christina Laing. Fino a quando esisterà un posto selvaggio e sperduto come il Lower 9th Ward a New Orleans o la Michigan Central Station, ci sarà "tempo per riflettere" senza più barriere.

www.chrisluckhardt.com

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