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Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2013 alle ore 09:20.

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Mi è capitata tra le mani una copia delle Cronache di Albert Camus, pubblicate originariamente nel 1958, ed è stata una lettura straziante. Camus era un francese d'Algeria che rimase sempre fedele alle sue modestissime radici, anche quando, negli anni Cinquanta, era diventato di moda considerare i francesi d'Algeria come «coloni in Cadillac con sigaro e frustino». C'erano nove milioni di algerini negli anni Cinquanta, otto dei quali arabo-berberi. Ma il restante milione, i francesi più qualche spagnolo e italiano, erano per lo più operai e piccoli imprenditori sprovvisti di Cadillac, che vivevano in Algeria dalla prima metà dell'Ottocento, abbastanza per Camus per considerarli (e considerare se stesso) «indigeni».

La guerra tra i nazionalisti arabi e lo Stato francese negli anni Cinquanta a lui appariva come una guerra civile. I nazionalisti arabi che lanciavano bombe in mezzo a gruppi di francesi d'Algeria scelti a caso, gli ufficiali dell'esercito che torturavano i nazionalisti arabi. Questi due schieramenti, orrore contro orrore, ai suoi occhi erano i consorti di un matrimonio malato. Lui voleva usare il linguaggio della ragione, come un consulente matrimoniale, anche se è impossibile parlare con qualcuno che lancia bombe contro la tua famiglia. Trovò un interlocutore adatto, a cui si rivolse in Lettera a un militante algerino, nella speranza di stimolare il necessario dibattito. Ma con quale scopo concreto in mente? Lo sfruttamento imperialista che la Francia aveva adottato non aveva nessuna attrattiva per lui. Sapeva che gli arabi avevano subito torti e avevano diritto a ottenere riparazioni. In passato c'era stato un progetto francese per assorbire gli arabi algerini in una Francia più grande, su basi pienamente democratiche. Ma Camus era consapevole che arrivati a quel punto le possibilità di un'integrazione democratica ormai erano svanite. Sognava invece un'Algeria indipendente con una minoranza francese, vagheggiando una federazione con la Francia stessa. E così, riorganizzando i suoi articoli su questi argomenti per Actuelles: Cronache 1939-1958, Camus si sentiva costretto a definire il suo libro «la storia di un fallimento».

Morì due anni dopo, nel 1960, ma è facile immaginare che cosa avrebbe pensato dell'Algeria, e più in generale del mondo arabo, se fosse vissuto fino a oggi. La composizione etnica dell'intera regione è stata depurata, per così dire, con l'esodo dai Paesi arabi non solo del milione di francesi d'Algeria, ma dall'intera popolazione europea. Perfino da posti come Alessandria d'Egitto, dove greci e italiani vivevano da un migliaio di anni prima degli arabi. Per non parlare della fuga degli ebrei, che Camus aveva già osservato, e della fuga dei cristiani in questo momento. Senza dubbio avrebbe osservato che con il precipitare delle sue speranze sarebbe precipitata anche la sua reputazione, per non essersi saputo schierare dalla parte vincente. Fu Sartre, il suo rivale, a guadagnare prestigio, Sartre che si era schierato dalla parte non solo dei nazionalisti arabi, ma anche del loro terrorismo. E così giro le pagine delle Cronache, con i loro commenti datati e le loro espressioni di speranza per quello che non è mai avvenuto, e non sono il primo a osservare che è meglio avere torto con Camus che avere ragione con Sartre.

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