Il Sole 24 Ore
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27 settembre 2013

Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l'X-factor

di Mario Fillioley


L'idea del talent show per scrittori a quanto pare è brutta. L'ho capito per converso, perché ogni volta che un'idea pare buona a me, significa che è una scemenza. Infatti la cosa del talent mi ha subito infervorato. Soprattutto per la reductio ad unum che comporta: finalmente cadrà la maschera di ridicola prosopopea che a chi scrive o gli appiccicano o si appiccica addosso da solo. E

infatti la notizia, a me gradita, dell'imminente messa in onda del programma, prevista per novembre e annunciata da un tweet in tono finto by the way del direttore di Raitre Andrea Vianello («Ah, dimenticavo. Da novembre su Raitre il primo talent per scrittori esordienti. Masterpiece. Presto le regole per partecipare #bestseller»)
è stata subito commentata con toni apocalittici. Il Fatto Quotidiano ha prontamente ammannito ai suoi lettori il distillato più puro del cliché del letterato maledetto (con tanto di lemuri), in un articolo dagli accenti piccati, il cui senso è più o meno questo: Vianello, facci capire, tu quasi ti dimenticavi di annunciarci la fine della letteratura? In esso, firmato dalla scrittrice Veronica Tomassini, pullulavano frasi di questa fatta: «La letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no». «Non è spaventoso tutto ciò? La letteratura in pasto alle major». «La scrittura è un destino». «Temo un destino da fast food o da alimenti surgelati». «La scrittura compete ad [sic] un'anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure [sic]; quella memoria non vuole essere addomesticata». È buffo che a detestare l'idea del talent siano proprio quegli scrittori che il talent sognerebbe di avere come partecipanti: «Pensi di aver scritto un'opera che cambierà le sorti della letteratura?», recita lo spot di reclutamento.

E chi se non un mitomane può ritenere di avere nel cassetto una cosa simile? E chi se non un mitomane che crede di avere nel cassetto un'opera simile può scandalizzarsi tanto per uno show televisivo sulla scrittura? Ci sono scrittori che pensano che, siccome scrivono, si collocano su un piano più alto di chi sbucinìa canzoni dentro a un microfono o fa salti a piedi uniti sopra a un palco: si possono tollerare talent show sulla musica, il canto, la danza, la recitazione, la cucina, e perfino gli sport di squadra (sì, ce ne fu anche uno sul calcio, tempo fa), ma non sulla scrittura: la letteratura no, no. Altrimenti poi che fine fa lo scrittore o l'aspirante tale? Quello che abita in un faro isolato dal mondo, e la notte si alza dal letto folgorato dalla musa, si prepara due napoletane di caffè Hag e scrive rapito dal demone fino alle prime luci dell'alba. Mica lo possiamo mandare in video uno così. La giacca con le toppe sui gomiti e le montature in tartaruga saranno telegeniche? Nel logoro immaginario collettivo la scrittura possiede una natura tale da non poter ammettere sue forme non illustri. C'è una specie di sei politico che sin dalla scuola si concede a chiunque scriva, non importa che cosa, non importa come: se scrivi, anzi se solo senti la pulsione di scrivere, sei un temperamento meditativo.

Un osservatore. Uno che "ha pensato" e ha qualcosa da dire. Stando a questa macchietta, come potrebbe la scrittura – purissima verbalizzazione del pensiero – tollerare di abbassarsi a intrattenimento? E che ci vuoi fare: ci sono arti che nascono figlie di buttana, e dunque se ne può fare uso meramente ricreativo, e arti che nascono figlie della gallina bianca, e di queste guai a farne mercimonio televisivo. Per dire: niente di cui indignarsi se mentre sto pesando la cucuzza al reparto ortofrutta, Radio Sidis mi mette in sottofondo la Quinta di Beethoven, no? Ma aspiranti scrittori in tv, no, dai, è sacrilego. La verità è che la levata di scudi contro il talent degli scrittori fa da valvola di spurgo per un pensiero che da sempre in Italia è sotteso a qualsiasi argomento riguardi l'intrattenimento puro: è il male assoluto. Infatti se uno vuole uscire un poco fuori tema, in Rete si trovano articoli tipo quello di Nicola Lagioia che in pratica assume un'ottica un po' veteromarxista per rimproverare a Maurizio Crozza di non essere Antonin Artaud. Cinque minuti di copertina a Ballarò che hanno il solo, evidente, unico scopo di farla un poco ridere a 'sta gente che lavora e non ride mai, spingono Lagioia a prendersi cinque pagine per dirmi che Crozza «è troppo simile nell'alfabeto scenografico a ciò che intende aggredire». Dicendo che Crozza non parla un linguaggio "altro", eversivo rispetto al regime che prende di mira, Lagioia solleva il problema dei problemi: quello dello stile.

Ma ne vale la pena? Mica è il monumento alle Fosse Ardeatine: è Crozza a Ballarò. E allora mi sono immaginato di martedì sera, sul divano, mentre sono davanti a Ballarò, col vestaglione di flanella della zia, che rutto la familiare di Peroni gelata, e per introdurre il dibattito della serata mi compare Artaud che si produce in una danza balinese. Oh mamma mia, costui possiede un alfabeto scenografico molto dissimile da ciò che intende aggredire, penserei io mentre estrapolo per sempre il tasto 3 dal mio telecomando e lo butto fuori dal balcone. Insomma, è una divagazione, ma per dire che davanti a qualcosa che può comodamente essere letto come un numero di intrattenimento puro l'intellettuale italiano si orienta su un'analisi concettuale che finga di ignorare quale fosse l'intento primario dell'intrattenitore (intrattenere) per poi accusare quest'ultimo di male assolvere una funzione che il suo testo non prevedeva (l'eversione). Proprio perché lo scenario generale della comicità televisiva italiana è quello dipinto da Lagioia, resta da capire chi e che cosa possa permettersi il lusso di intrattenere e basta. Nessuno, niente. Figuriamoci gli scrittori e i libri. E infatti l'Italia è l'unico Paese in cui la letteratura (così come il cinema) di consumo si preoccupa costantemente di apparire autoriale: il genere imperante è la gran minchiata, però dal risvolto pensoso. Evidentemente il cattolicesimo c'entra più del marxismo, e ci dev'essere un peccato originale a monte, un senso di colpa con cui lo scrittore italiano fa nascere le sue pagine, e che gli impedisce di scrivere storie che – pur in apparenza senza pretese – non contengano poi:
1) un sostrato profondo;
2) un aspetto problematico e problematizzante;
3) una lingua che lasci intravedere abissi sotto la superficie e via recensendo.

Ed ecco la commedia brillante che però fa analisi sociale, il romanzo col portiere di notte che studia i filosofi classici in greco antico, il comandante, la cicogna, la morte buttana e tutte queste sociosostenibilità che hanno prima ostracizzato e poi ammazzato libri e film di consumo. Mettere al palo gli editori è difficile: quelli alla fine a vendere ci provano sempre (pure col talent ci provano), ma appena tirano fuori un Faletti è il tracollo della loro immagine presso i lettori forti (che poi "lettori forti" suona un poco come "poteri forti", quindi forse nemmeno i lettori forti esistono. Lettori forti dev'essere un nome in codice per dire scrittori, perché solo uno scrittore – o uno che fa un mestiere attinente ai libri – può leggere così forte come si suppone che legga un lettore forte). La domanda che il talent sollecita è perché allo scrivere vada associata sempre e comunque la letteratura. Coi film riusciamo a distinguere senza problemi tra Men in Black II e Il posto delle fragole. Eppure è sempre cinema, no? Però non ci disturba che uno sia fatto per i pop corn e l'altro abbia invece ambizioni più elevate. T

roviamo normale che le radio passino Lady Gaga e che per ascoltare Debussy invece si debba andare in un auditorium. È sempre musica, ma non ci disturba che sia concepita per scopi molto diversi. Coi libri non ci riusciamo: se Fabio Volo scrive un libro va giudicato con gli stessi parametri con cui si giudica Tolstoj. È più forte di noi: Crozza spara due minchiate a Ballarò e noi sospiriamo rimembrando il Don Chisciotte. Mettere tutti i libri sul piano della letteratura è un'operazione paradossale: è da cretini, ma ci fa sentire intelligenti. Non appena si tratta di libri, pensiamo subito a Shakespeare, e chi non è Shakespeare infanga il buon nome della letteratura. Perché? Boh. Forse perché da un lungo periodo viviamo nel dominio del pop, quello che mischia in un tutto indistinto l'alto col basso, i fumetti con Omero, e allora il solo modo di sentirsi colti è procedere all'opposto: se il pop fa diventare minchiate le cose serie, la reazione al pop tratterà le minchiate come se fossero cose serie. Così si finisce per bollare d'infamia l'intrattenimento. Al fatto che ci siano due gradi di profondità diversa dentro allo stesso mare, manco ci pensiamo: eppure il detto popolare recita che non si devono "ammiscare sauri e uope". E non perché i sauri siano buoni e le uope invece no, ma semplicemente perché si può avere voglia dell'uno come dell'altro: due pesci diversi, che uno sta vicino allo scoglio ed è buono fritto e l'altro vive sul fondo e te lo fai alla matalotta. Qua invece o sei buono per la zuppa o proprio non sei un pesce. E allora scrivi, scrittore, scrivi. Scrivi quello che vuoi, ma datti un tono. E non vendere tanto.

Stai nel tuo. Fatti conoscere da quelli che leggono seimila libri al mese, che in Italia sono sette persone, se vuoi ti do il numero e l'indirizzo. Ma evita con cura quelli che leggono poco. E a quelli che leggono solo sotto l'ombrellone quando sono in vacanza, poi, inibiscigli proprio l'acquisto. Perché se non fai così, poi finisce che l'editoria – intesa come mercato – comincia ad avere un senso. E poi che fine fanno tutti i piagnistei degli addetti ai lavori? Niente niente glieli vuoi levare? Quelli pensano che guadagnare sia consequenziale al mestiere che fanno: scrivo libri, quindi faccio cultura. E la cultura è cosa buona e giusta, no? Quindi i lettori la devono comprare. E quindi se non mi comprate è colpa vostra, che non leggete, brutte capre: leggete di più, forza. E sbrigatevi, che qua c'abbiamo un catalogo da trecento uscite l'anno. A farci caso, lo scrittore lamentoso non si lamenta di non essere riuscito a vendere il suo libro: lui nobilmente si lamenta che gli italiani non leggono. Fosse nato in Francia, ora sarebbe milionario.

Ma è di Calascibetta, poverino, e i lettori latitano. Mica è colpa sua e di come scrive. Mica del suo editore che non sa come si vende. E mica può imparare il francese e farsi pubblicare da Gallimard. La colpa è di chi non legge, è chiaro. Questi che non leggono andrebbero puniti: bisognerebbe costringerli a leggere le cose che si pubblicano. Al talent show lo scrittore dice no anche per un motivo più sottile e pernicioso: col talent potrebbe capitare che poi ci siano scrittori che vendono libri. E il lamento dell'editore è che i libri non si vendono. Se io libri non ne vendo, a te non ti pago. Tu ti lamenti che non ti pago (o non ti pago a sufficienza), ma almeno sei contento di essere in libreria. Se invece poi lui vende e tu non vendi che facciamo? Finisce che tu che non vendi vai a casa, e lui che vende invece va in libreria. E che siamo pazzi? Che fine fa la "cultura"? La "cultura" quando si parla di scrittori e libreria è l'argomento definitivo. Chi scrive e chi legge, partecipando entrambi di questa categoria ecumenica della cultura, sono crociati invincibili. E sono nemici giurati di quelli che non scrivono e non leggono: le bestie. Che, mischine, verranno uccise nella crociata della cultura senza manco sapere perché (sono bestie, che ne sanno delle crociate?). Per rientrare nella categoria della "cultura" basta pochissimo. Hai scritto? Sei arrivato in libreria? Allora hai fatto "cultura".

Per definizione. Ma con un distinguo fondamentale: il tuo libro non deve avere venduto niente. Se hai superato tot di copie, non hai fatto cultura, anzi, sei passato dall'altro lato della barricata, quello dei subumani, dei Moccia, dei Faletti, dei D'Avenia, e poi giù giù – in un'epurazione basata sul dato meramente quantitativo del rapporto tiratura/rese – dei Saviano, dei Bukowski, di tutti quegli autori che a un certo punto hanno conosciuto una forma anche vaga di successo, e a cui viene imputato il peccato capitale: essersi fatti comprare. E forse pure leggere. Perché a margine della polemica sul talent serpeggia questa schizofrenia: lo scrittore ha in uggia il mercato, ma bramerebbe essere corrisposto di giusta mercede per l'opera del suo ingegno. Il che ha pure un senso. Ma solo se lui, scrivendo, fa guadagnare qualcun altro. E pure tanto. Altrimenti perché ti si dovrebbe pagare, scusa? Perché a te piace scrivere? A me piace tanto fare la quasetta: pagatemi, per favore, altrimenti ricamerò su tutte le mie quasette che siete gente che non ama la cultura. L'idea di guadagnare scrivendo non può prescindere dall'intrattenimento. La bravura o l'arte c'entrano fino a un certo punto, nel senso che non c'entrano niente col mercato, ergo coi soldi. Un calciatore non guadagna milioni perché è bravo a giocare o perché è un artista del pallone. Guadagna milioni perché fa guadagnare milioni a chi lo paga milioni.

Vuoi essere pagato perché scrivi? Vendi tanti libri e poi ne riparliamo. In alternativa: non te ne frega niente di vendere libri, ma te ne frega di scrivere le cose che ti piace scrivere? Vuoi fare l'arte? E falla. Però cercati anche un lavoro, perché se non vendi non ti possiamo pagare. Esiste una terza via? Certo. È questa: tu scrivi cose talmente interessanti, importanti, significative, epocali, che noi comunità-Stato riteniamo che tu debba poter scrivere queste cose senza doverti preoccupare d'altro. Dunque, mettiti là tranquillo, ci tassiamo tutti un po' di più e alle tue necessità economiche ci pensiamo noi: ti diamo anche un faro con la credenza piena di caffè Hag. Chi valuterà la dignità della tua opera? La comunità scientifica, come si fa con tutto il resto dello scibile umano. Tu digli questa cosa, a uno scrittore che fa l'arte, e vedrai montare nei suoi occhi prima la paura e poi il disprezzo.

Infine lo sentirai sparare la più dicotomica delle fesserie: mica è scienza, la mia. È cultura. E certo, perché la scienza non è cultura. Digli così e ti tirerà fuori la storia del giudizio arbitrario e della soggettività: la comunità scientifica giudicherebbe in base a un'arbitraria soggettività. Vero? Non più di tanto: «La soggettività è oggettiva», diceva Woody Allen in Tutto ciò che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) – che infatti è oggettivamente un capolavoro: me l'ha detto la comunità scientifica. E comunque un criterio ci vuole: persone competenti sulla scrittura giudicheranno se meriti di vivere di scrittura. Anzi, sai che facciamo? Le mettiano dietro a un tavolo e ci giriamo pure un talent, che te ne pare? Fatta quindi eccezione per lo scrittore che guadagna perché fa guadagnare e lo scrittore a cui per alti meriti si concedono borse, vitalizi e premi, non si capisce per quale altro motivo uno scrittore dovrebbe poter campare di scrittura. E non si capisce perché uno che canta per diletto possa partecipare a una specie di competizione canora e chi scrive per diletto invece no. L'unico motivo, forse, risiede nel fatto che in tv vedere uno che canta è meno noioso di vedere uno che scrive. Ma a differenza dell'ambiente letterario, in quello televisivo l'intrattenimento lo prendono molto sul serio, quindi si può essere abbastanza speranzosi che questo talent show di scrittori non sarà poi così piatto. Qualcosa di divertente salterà fuori. Forse, addirittura, uno scrittore che non è un autore. Ci pensi?


27 settembre 2013