Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 20 ottobre 2013 alle ore 09:09.

My24

È più utile parlare di consapevolezza o intelligenza delle piante? Dipende da come le definiamo, per entrambe ci sono indizi. Nulla di strano, se teniamo conto della quantità di geni condivisi tra regno animale e vegetale. Se intelligenza è la capacità di risolvere problemi, a ragione Mancuso e Viola dicono invidiabile quella delle piante. Creature sessili, prive della capacità di spostarsi autonomamente, in compenso hanno sviluppato capacità percettive a noi ignote. Avvertono la luce senza gli occhi, le vibrazioni senza le orecchie, fanno a meno della voce per avvisare di un pericolo. Per riprodursi arrivano alla frode: Ophris apifera si traveste da femmina di un certo imenottero riproducendone forma e colori, la superficie pelosa, l'inconfondibile odore, ovvero ingannando vista, tatto e olfatto. Se attaccata, una pianta può riconoscere l'aggressore, mutare il sapore delle foglie in modo da dissuadere dal cibarsene, comunicare, attraverso segnali chimici volatili, il pericolo alle vicine, che appresteranno difese.
Altrimenti si chiama in soccorso un animale: il fagiolo del Perù, per difendersi da certi voracissimi acari, emette una miscela di sostanze chimiche per attrarre un altro acaro, però carnivoro, che stermina i vegetariani. Quanto al muoversi, già Darwin in The power of movement in plants (1880), aveva individuato nella parte apicale delle radici una sorta di centro di comando simile al cervello di un animale inferiore: un sofisticato organo di senso in grado di registrare diversi parametri e reagirvi dirigendo la crescita verso umidità e nutrienti.
Stefano Mancuso, pioniere insieme a Frantiöek Baluöka della neurobiologia vegetale, oltre a notare similitudini innegabili tra anatomia e fisiologia vegetale e animale – come la segnalazione elettrica nella Venere acchiappamosche (Dionaea muscipula) e nella Mimosa pudica – ne scorge anche tra l'architettura delle radici e le reti neurali di certi animali. Le piante elaborano informazioni in modo da sviluppare un comportamento coerente: pur prive di cervello, ovvero di una centrale di elaborazione dati, sembrano dotate di intelligenza di sciame. Gli apici radicali non si comportano come individui indipendenti l'uno dall'altro, ma come nodi di una rete, come una colonia di formiche il cui agire sia coordinato da segnali chimici.
Uno sciame di radici non funziona diversamente da uno stormo di uccelli: ogni apice mantiene una distanza prefissata dagli altri, permettendo crescita e strategie coordinate. I sistemi di comunicazione e socializzazione delle piante tra loro e all'interno di una stessa pianta hanno ispirato la creazione di robot come il plantoide per decontaminare i terreni. Daniel Chamovitz preferisce tuttavia parlare, più che di intelligenza – termine da lui considerato quanto mai infido – di consapevolezza. Quel che una pianta sa, intitola il suo libro, eppure l'uso della parola «sapere» gli pare tutt'altro che ortodosso, come afferma prendendo le distanze da un libro di culto degli anni Settanta, La vita segreta delle piante di Tompkins e Bird. Quando guardiamo un'edera abbarbicata a una parete, osserva Chamovitz, stiamo guardando quello che anche i nostri antenati sarebbero potuti diventare se, milioni e milioni di anni prima, non avessero imboccato strade evolutive diverse.
La condivisione di un passato genetico non annulla eoni di evoluzione separata, ha tuttavia lasciato la sua impronta in capacità parallele di percepire il mondo fisico. Se è innegabile che nessuna forma di vita è possibile senza una qualche intelligenza, Chamovitz preferisce non perdere di vista una caratteristica tipicamente umana: la capacità di interessarsi alle cose e di prendersene cura. Un albero è consapevole del contatto, è perfino capace di memorizzarlo, non è tuttavia in grado di ricordare chi lo abbia toccato né vi assocerà piacere o dolore.
Mancuso e Viola privilegiano una divulgazione limpida e accessibile a tutti, e senza timore di metafore antropomorfizzanti costringono anche chi non sappia di scienza a immaginare come vivano le piante. Chamovitz, più sobrio e selettivo di pubblico, riconosce alle piante capacità analoghe alla vista, all'odorato, al tatto, ma non al gusto o all'udito. O meglio: le ritiene indifferenti alla musica, ma reattive alle vibrazioni; in compenso ne riconosce la propriocezione, quel sesto senso che, a noi umani, permette di conoscere la posizione delle diverse parti del nostro corpo in relazione l'una con l'altra senza doverle guardare.
Straordinaria la somiglianza di funzionamento tra i nostri otoliti e gli statoliti delle piante, come anche la presenza, oltre che di memoria procedurale, anche di forme di memoria a breve e addirittura lungo termine, nonché della stupefacente memoria epigenetica. Se il nome di Lysenko è associato a pagine buie dello stalinismo, suoi sono la scoperta della capacità delle piante di rammentare il freddo invernale e l'utilizzo di questa scoperta, nel 1928, per costringere i semi di grano a fiorire in tempo utile al raccolto dopo averli sottoposti a raffreddamento artificiale, la cosiddetta vernalizzazione. La possibilità stessa di questo procedimento si richiama alla teoria di Jean-Baptiste Lamarck circa l'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Ci sono volute le ricerche di Barbara Hohn per verificare la capacità dei geni di modificarsi in reazione a un evento esterno trasmettendo la nuova caratteristica adattativa all'intera progenie, attuando un cambiamento epigenetico, in cui una nuova combinazione del Dna viene riprodotta dalla generazione successiva anche senza che questa venga direttamente esposta alla stessa sollecitazione, provocando un cambiamento ereditario stabile.

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi