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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2014 alle ore 16:10.
L'ultima modifica è del 28 gennaio 2014 alle ore 16:26.

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C'è uno sguardo di incombente bellezza. Una ipertrofia dell'occhio alla ricerca di inedite posture. Una visione sghemba delle arti del corpo ricondotta a forme sospese, in bilico, distorte, prossime a esplodere, a prendere il volo, a ritornare a terra, e depositarsi sul nostro sguardo sorpreso. C'è un innesto ardito di iperdinamismo fermato nell'atto sbilanciato o dello scatto repentino. C'è la scoperta di un territorio nuovo, imprevedibile, in cui entrare in dialogo con la musicalità intima del corpo. C'è un bagaglio di movimenti inediti catturati in equilibri precari, in simmetrie generate sul momento, in sintonie del presente ascrivibili alla passione dell'intesa tra chi produce gesti e chi ne sa raccogliere le armonie – e disarmonie - fissandole in scatti fotografici, in immagini altre, rivelatrici di poetiche fisicità. E di eteree e concretissime malie spettacolari. Sono fuori dai canoni tradizionali le trenta sequenze fotografiche selezionate da tre diversi sguardi che amano la danza e, a loro modo, la creano. La ri-creano. Riccardo Musacchio, Flavio Ianniello, e Paolo Porto, non possono non essere anch'essi danzatori. Non lo sono di professione, ma di quest'arte inafferrabile, cangiante nell'attimo che avviene e che segue, sono osservatori attenti e privilegiati. Conoscono le dinamiche interne, posseggono il linguaggio visivo del gesto, la sensibilità emotiva, la percezione compositiva, mettendo in scena l'atto del vedere coi propri occhi. Solo così si spiega la sequenza originalissima di queste immagini realizzate fuori dai canoni estetici del bel gesto e della posa accademica, per addentrarsi nella creazione di linee, di corpi plastici, di espressioni fissate nel respiro, che sprigionano dinamiche di potenza tensione energia ironia.

I tre autori hanno chiesto ai danzatori, singoli, in coppia o in gruppo, di offrirsi al loro obiettivo in libertà, improvvisando "fuori scena" sulla suggestione del luogo, facendolo vivere del loro calore. Che sia dentro un montacarichi o una scala antincendio, dentro la vastità di un parcheggio sotterraneo o nell'atrio del bar, nel sottotetto della grande sala Santa Cecilia o nel prato, tra le teche espositive di reperti archeologici o dentro un bagno pubblico. Spazi impensati, vitali e spesso inaccessibili dell'Auditorium prestati ad una inedita scrittura scenica del vocabolario coreografico. Dove anche il solo dettaglio di una mano o dei piedi, dice, evoca, rimanda ad una ricerca ostinata sulla sostanza e l'estetica dei movimenti possibili. Dove si danza per giocare, per divertirsi, per esibirsi senza rete, per far vibrare lo spazio in cui il corpo si muove come sospinto dall'esigenza di appartenere a quel luogo, di farne parte.

"Equilibrio. Fuori scena". Roma, AuditoriumArte Parco della Musica, dall'1 al 28 febbraio

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