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Questo articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2014 alle ore 08:35.

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Abito a Siracusa, città sulla cui costa nord, quella immediatamente accessibile per la balneazione, a un certo punto venne impiantato un polo petrolchimico. La prima conseguenza fu un improvviso arricchimento della popolazione. La seconda furono i debiti e la villetta.

La villetta siracusana è un po' anomala: seconda casa al mare, dista pochissimi chilometri dalla prima abitazione, anch'essa sul mare. Potendo scegliere, la villetta sarebbe stato il caso di costruirsela in montagna, sugli Iblei. Però il mare cittadino era diventato impraticabile: scarichi fognari a parte, sulla costa nord si accanirono anche i moli di attracco per le petroliere, con i relativi sversamenti, e, soprattutto durante i primi anni, le ciminiere (all'epoca poco regolamentate) ci andavano giù pesante coi miasmi. Così a un certo punto non ci fidammo più di fare il bagno ai Piliceddi o a Fondaco Nuovo, e iniziò una specie di transumanza verso le acque cristalline di Fontane Bianche.

Doppiato Capo Murro di Porco, ecco la Fanusa e poi l'Arenella: un primo tratto di mare vergine e di comode spiagge sabbiose (in città solo scogli) che da lì, superando Ognina, si estendono per tutta Fontane Bianche fino al gelsomineto della Marchesa di Cassibile. Distanza dall'abitato: circa sedici chilometri. Sedici chilometri si coprono in neanche un quarto d'ora di macchina. Perché spendere tanti soldi per costruirsi una villetta a un quarto d'ora da casa? Probabilmente intervenne il fattore status symbol: non sono più un contadino, adesso faccio l'operaio specializzato, l'impiegato di concetto, il bancario, posso permettermi i figli all'università e pure la casa al mare.

In effetti le case di villeggiatura dei nobili, quelle ottocentesche o liberty, erano tutte in contrada Isola, di fronte al porto, e si chiamavano ville. Quelle di Fontane Bianche, Ognina, Arenella, Fanusa invece no: da subito (e per sempre) si chiamarono villette, anche quando superarono in numero e dimensioni quelle nobiliari dell'isola. Un sintomo linguistico, quindi, nel senso che sì, col petrolchimico avevamo più soldi, ma nemmeno tanti. Meglio costruire a due passi da casa, allora. Perché magari così i muri li tiro su io stesso quando finisco di lavorare. La domenica mio fratello e mio cognato mi vengono a dare una mano con gli spioventi del tetto: piano terra, veranda coperta e piano rialzato. E poi, se la seconda casa è vicina, controllarla, gestirla, manutenerla sarà meno costoso e più pratico.
Villeggiare dietro casa, a pensarci bene, non è un'idea cretina: conviene. Qua fa caldo fino a novembre, e visto che è così vicina possiamo usare la villetta per la scampagnata del giorno di Pasquetta, la grigliata del primo maggio, un fine settimana di tarda primavera. Quando si chiudevano le scuole, le mogli casalinghe degli operai insieme con i ragazzi si godevano mare e giardino per ben tre mesi, e il marito poteva rincasare la sera, a fine turno, giusto qualche chilometro di macchina in più, nell'attesa che arrivassero le ferie d'agosto.
Il piano regolatore non esisteva. La Regione siciliana ci metteva un bel po' ad approvare norme e deroghe sul demanio marino, la distanza dall'arenile, la tutela del paesaggio, e nel vuoto normativo io mi tiro su la villetta direttamente sulla spiaggia. Oppure mi recinto questo tratto di scogli qua e ci faccio una scala in cemento che mi porta direttamente a mollo. La discesa a mare privata. Lo scivolo per il gommone. Un cancello sulla sabbia. Poi la normativa sulla distanza dalla costa arriva: 150 metri, la metà di quella prevista in Continente. E a ruota arrivano anche le prime sanatorie: hai visto? Te l'avevo detto io: costruisci, che niente ci fa, poi pensa Dio.

Risultato: Fontane Bianche non ha un lungomare, una piazza, un marciapiede. Solo villette. Da un lato e dall'altro della Statale 115, che è l'unica strada che la attraversa (al punto che in quel tratto la chiamiamo viale dei lidi). L'idillio ci mise un attimo a trasformarsi in nevrosi, e la vicinanza della seconda casa giocò un ruolo fondamentale: se la villetta è a dieci minuti di macchina, non c'è nessuna cesura tra lavoro e ferie estive, e finisce che continui a fare la spola tra il mare e la città, in continuazione e per i motivi più futili. Quindi eccoli là i siracusani, motorizzatisi da poco, in coda sulla via Elorina per andare a comprare il pesce al mercato di Ortigia e poi ritornare a grigliarselo nel giardino di Fontane Bianche. Su e giù, anche più volte al giorno.

Gli anni in cui io fui bambino e poi giovane, a ricordarseli adesso, furono pura schizofrenia. I divertimenti notturni, per esempio. Se ci trasferivamo in villetta, facevo sedici chilometri in motorino ad andare e altri sedici a tornare per una semplice passeggiata al Duomo. Allora i miei genitori, per evitare che io ogni notte rischiassi l'osso del collo su strade extraurbane poco illuminate e peggio asfaltate, decidevano che l'estate prossima basta, si rimane in città. Ma in un anno la moda cambiava, e la stagione successiva il posto in cui bisognava assolutamente essere ogni sera era il centro Frisio di Fontane Bianche. Motorino, chilometri, su e giù: mettiti il casco altrimenti ti scippo la testa, diceva mio padre.

Vabbè, poi si cresce. Vai a fare l'università fuori, e quando torni per l'estate decidi che quest'anno no, te ne stai in villetta e non ti muovi più: sdraiato sull'amaca tesa tra i due pini (com'è rasserenante l'ombra dei pini, pensano i tuoi guardandoti leggere beato). La villetta, però, mentre tu fai l'università invecchia. Non è tanto che mostri segni di cedimenti strutturali (un po' sì: nel frattempo ha già i suoi vent'anni, e oltretutto l'ha tirata su tuo padre, nei ritagli di tempo, col fratello e il cognato) quanto che è un po' trascurata. I tuoi ci vanno di meno, perché tanto voi figli scendete giusto un paio di settimane in agosto: e allora per due settimane che fai? Non vale neanche la pena di mettersi a ridipingere le tapparelle. E se all'angolo del soffitto si forma un poco di muffa, pazienza, ci pensiamo l'anno che viene.

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