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Gli occhi svizzeri sulla miniera d'oro che l'Italia spreca

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Gli occhi svizzeri sulla miniera d'oro che l'Italia spreca

Giovedì sera sono a cena con Christian Martino e Francesco Benucci, due colleghi di valore ma ancor prima due amici veri, da Gianni alla Nuova Arena, in piazza Lega Lombarda, a Milano, dove mi sento a casa per tanti motivi da quasi vent'anni. Alle nostre spalle una coppia che discute a voce alta, senza animosità quasi con trasporto, spiccano il timbro e le parole di lei a lui: «Sono nata in Svizzera, mi sento tutta svizzera, ma voglio bene all'Italia, amo l'Italia, questo Paese è una miniera d'oro di arte, cultura e imprenditorialità, non so se un cittadino romano è consapevole che non è normale uscire di casa e attraversare Piazza Navona, avere davanti agli occhi il Colosseo. Soprattutto mi arrabbio se penso che tutto questo immenso patrimonio è sprecato da chi ha la responsabilità di decidere e dimostra di non rendersi conto di essere seduto su una miniera d'oro. Londra non ha gli stessi beni culturali, non si può nemmeno mettere a confronto ma conosce il boom di una stagione turistica che l'Italia continua a sognarsi». Passa una decina di minuti e la scena si ripete, sempre lei al marito: «Tu lo sai, sai qual è la mia mentalità, sono svizzera, ma proprio per questo non riesco a capacitarmi di come un Paese tanto importante che ha fatto la nostra fortuna possa ridursi così. Quante delle aziende e delle nostre case esistono perché ci sono gli italiani? Il Ticino è il Paese più vicino agli italiani e loro hanno fatto la nostra fortuna per decenni, hanno trasformato una terra di contadini e pescatori in una società ricca. A Lugano oggi soffrono perché ci sono sempre meno italiani che vengono a comprare, l'economia italiana si è fermata e anche noi ne paghiamo il conto».
Guardo Christian e cerco conforto, voglio rendermi conto se anche lui è incuriosito come me da questo scandire (molto) svizzero di parole e concetti che rivelano un'idea di Italia affettuosa, ancorché amara, e che, forse, proprio per questo merita di essere approfondita. «Mi chiamo Napoletano come l'abitante, non sono svizzero e amo l'Italia» mi presento così avvicinandomi al loro tavolo e creando un attimo di imbarazzo. Apprendo che entrambi, Carole e Federico, sono titolari di una azienda di consulenza finanziaria per le imprese che opera a Lugano, Milano e Londra. Chiedo: ho capito bene, abbiamo fatto un pezzo di Svizzera in Svizzera e non sappiamo più fare l'Italia? Federico è pensieroso, Carole si alza in piedi e mi fa: «Non riesco a capire come le persone che vivono qui tutti i giorni sembrano non vedere che cosa hanno intorno, mi creda basterebbe potere assumere e non pagare i contributi per la bassa stagione e già molte cose cambierebbero. Non sappiamo come far capire al mondo che qui in Italia c'è tanto da fare, che qui ci sono imprenditori seri, sono gli stessi che vengono da noi e fanno fortuna, si è mai chiesto perché non la possono fare in Italia?» Rispondo: «Sì, tante volte». E lei: «Vuole sapere la mia? Certo, mancano i soldi, ma soprattutto mancano un fisco giusto e una burocrazia leggera. Mi spiego con un esempio personale: il lavoro della nostra azienda è per tre quarti tra Londra e Lugano, ma per il quarto che resta tutto in Italia il gruppo è costretto a impiegare qui i tre quarti del suo tempo e del suo lavoro complessivi, pensi solo alle complicazioni del modello F24, ai conteggi sempre da rifare dei consulenti del lavoro, alle mille pratiche burocratiche e ai costi alle stelle che si è costretti a sopportare con legali di ogni tipo per un contratto. Chi sopravvive a tutto ciò è chiaro che se viene in Svizzera non lo ferma più nessuno».
Si è fatto tardi, ci siamo detti tutto, salutiamo Gianni e ci congediamo. Cerco una lettera che mi ero messa in tasca di un anziano commercialista monzese, Claudio Viganò, che commenta il memorandum della scorsa settimana "la scuola della Brianza e la grande Milano che torna". Leggo testualmente: «Una cosa mi preme rilevare: l'affermazione di Angelo Candiani quando dice "In tre mesi abbiamo trovato i soldi per fare la scuola, ma ci sono voluti cinque anni per avere un permesso". Per il mestiere che faccio ho avuto e ho contatti continui con imprenditori medi, piccoli e meno piccoli che il più delle volte si vedono spegnere gli entusiasmi e le iniziative da una burocrazia ossessiva che definire idiota è fare un complimento. Potremo mai toglierci di dosso questa camicia di forza?». Non è vero che la Svizzera non ha difetti, la sua "cultura militare" non ti permette di fare tardi a cena e può privarti di piccole, grandi gioie della vita. A noi resta la convinzione che un po' di quella "cultura militare" farebbe bene a tanti anche in Italia. Non diminuirebbero le (nostre) gioie della vita ma si allenterebbe il cappio che rischia di soffocare lo spirito (radicato) di intrapresa e la voglia di costruirsi il proprio futuro in casa propria con le proprie mani.
roberto.napoletano@ilsole24ore.com
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