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Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2014 alle ore 08:14.
L'ultima modifica è del 10 agosto 2014 alle ore 13:56.

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«Dio salvi gli Stati!». Sì, perché senza la mano pubblica sarebbero impossibili quasi tutte le grandi innovazioni tecnologiche. E quindi ci sarebbe solo declino.
A dimostrarci che le cose stanno davvero così è l'ultimo libro di Mariana Mazzucato, docente di Economia dell'innovazione all'Università del Sussex. Questo lavoro – a chi abbia orecchie per intendere – pone le fondamenta teoriche per politiche industriali assolutamente indispensabili. Il volume, originariamente The Entrepreneurial State. Debunking Public vs Private Sector Myths (2013, Arthem Press), è stato recentemente tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato innovatore. Si tratta di uno dei libri più importanti pubblicati nel mondo, negli ultimi anni, in tema di politiche industriali. E certo non piacerà a chi strepita di Stati e di Unioni di Stati come se fossero solo ingombri e costosi intralci al libero dispiegarsi della impresa privata (che per definizione del mainstream andrebbe avanti da sola con le proprie gambe, senza bisogno di nulla).
In 350 pagine Mazzucato dimostra come, da sempre, il settore pubblico sia insostituibile nel promuovere l'innovazione perché si assume rischi in cui il settore privato farebbe fatica ad avventurarsi. Esso dispone infatti di "capitali pazienti", che possono attendere la remunerazione del rischio non entro cinque anni, come i fondi di private equity e venture capital, ma anche in dieci-vent'anni.
Non siamo nel dibattito ideologico. Lo raccontano Internet, su cui ha investito l'ente pubblico americano di difesa, la Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa); il Web o lo schermo tattile, entrambi nati nei laboratori del Cern grazie ai soldi di Stati europei (21, oggi); il sistema di scorrimento «multitouch» frutto della ricerca nell'Università del Delaware e sostenuto dalla National Science Foundation e dalla Central Intelligence Agency/Director of Central Agency (Cia/Dci). L'elenco è infinito.
E a Mazzucato serve per evidenziare un fatto: i protagonisti dell'innovazione sono sovvenzionati da sistemi-Paese, e ciò avviene anche in luoghi teoricamente dominati dal mercato e dal liberismo, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Lo Stato, si dimostra nel libro, non è dunque solo un grande regolatore che corregge fallimenti ed esagerazioni dei mercati, ma il maggior creatore di nuovi mercati. In breve, è il più grande imprenditore esistente, da sempre.
Le pagine dello Stato innovatore prendono altresì di petto una questione decisiva: il dispiegarsi di «un marketing della verità» che restituisca agli Stati ciò che è degli Stati, con buona pace di certo mainstream liberista. «Se non metteremo in discussione i tanti "miti" dello sviluppo economico e non abbandoneremo le visioni convenzionali del ruolo dello Stato nello sviluppo, non potremo sperare di affrontare le sfide strutturali del 21esimo secolo e produrre quel progresso tecnico e organizzativo indispensabile per una crescita equa e sostenibile nel lungo periodo», scrive l'autrice. La quale mette in evidenzia come il Governo tedesco stia investendo significativamente su nucleare, energie eoliche e solari, tecnologie "verdi". O come quello Usa destini alla ricerca farmaceutica – attraverso i suoi programmi statali Nih – collocamenti pari a 30,9 miliardi di dollari all'anno. Denaro che ha indotto la Pfizer a trasferire i propri quartier generali dal Kent inglese a Boston.
Dunque, è dal protagonismo innovatore dello Stato che riprenderà la crescita economica nel mondo occidentale. Soprattutto in Europa e in Italia. Pertanto, sono indispensabili politiche industriali basate sulla leva della conoscenza. Basti pensare a quanto c'è da fare nell'Eurozona: i Paesi più colpiti dalla crisi (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) sono quelli che hanno meno investito in Ricerca & Sviluppo, e non quelli con il maggior debito pubblico, come è stato fatto credere per giustificare politiche di austerità (molto e giustamente criticate nel libro) che hanno aggravato la crisi economica.
Sebbene i riferimenti puntuali all'Italia siano molto limitati, Lo Stato innovatore sembra scritto pensando al nostro Paese. L'Italia non ha una politica industriale credibile e strutturata da almeno 40 anni e il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel 2014 siamo scivolati dal quinto al settimo posto tra le forze industriali del mondo. Da noi si preferiscono interventi di ultima istanza ai tavoli di crisi, tardivi, costosi se non disastrosi. L'Italia sembra aver rinunciato all'innovazione, nonostante la fase migliore della sua economia sia stata generata, nel dopoguerra, proprio da questa. Si deve per esempio alla politica industriale di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e altri la nascita e la crescita dell'Eni, ancora oggi la maggiore azienda italiana. Mentre furono le ricerche sul polipropilene isotattico, condotte da Giulio Natta alla Montecatini in collaborazione con il Politecnico di Milano, a spianare la strada alla diffusione delle materie plastiche nel mondo. L'intero sviluppo industriale italiano tra fine Ottocento e inizio Novecento si deve alla tecnoscienza finanziata da capitali pubblici.
Tra perdita di memoria e ignavia collettiva, di politica industriale sembra non voler parlare nessuno. A parte la Confindustria degli ultimi due anni, che ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, e alcuni settori avanzati della Cgil, che però non ne ha una visione strutturata. La politica industriale fa paura. Perché comporta scelte precise: privilegiare qualcosa e non qualcos'altro. Non scegliere è più facile: non si scontenta nessuno, tanto per affondare c'è tempo. Non tutti però si rassegnano. Mariana Mazzucato è tra questi.

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