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Questo articolo è stato pubblicato il 26 settembre 2014 alle ore 11:14.

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Nell'estate del 2000 ho fatto una cosa cretina che poi non ho fatto mai più: ho passato una settimana di vacanza su un'isola greca. La cosa è stata cretina non tanto perché l'isola era greca (sono isole intelligentissime, per carità) quanto per il fatto che se abiti tutto l'anno su un'isola, e io abito in Sicilia, pagare un sacco di soldi e fare viaggi disagevoli per andarti a fare il bagno in un'altra isola è un poco da scimuniti. E in effetti noi lo eravamo, scimuniti, e non un poco, assai. «Noi» eravamo otto amici, per un totale di sei ragazzi e due ragazze. Entrambe le ragazze appartenevano alla casta delle intoccabili: una era la sorella di uno di noi, e l'altra era Maria, la moglie di José. José si era sposato da poco. Per motivi che spero presto diventeranno chiari, tutti noi avremmo scommesso che sarebbe stato l'ultimo del gruppo a capitolare, e invece cadde per primo, con una ragazza dal carattere dolce, la pelle diafana e i capelli rossi, cioè di fenotipo opposto a quello di José: bassino, scuro di capelli e di carnagione, con in più degli anacronistici baffoni anni Settanta. A causa di questa sua aderenza somatica e spirituale con il prototipo del maschio siculo, noi – prima che si sposasse – non lo chiamavamo quasi mai José: lo chiamavamo Peppuccio. Per esteso: Peppuccio L'Ormone. Il soprannome era dovuto al fatto che era vittima della sua stessa produzione di testosterone: se nel raggio di cento chilometri c'erano esemplari femminili, il suo corpo si tramutava in una specie di vaso di Pandora autoscoperchiante, un otre dei venti da cui i suoi ormoni si sprigionavano a ondate, travolgendo il paesaggio circostante e trasfigurando la realtà. Questa tempesta che gli si scatenava dentro aveva il superpotere di obnubilargli la mente, esaltandolo e convincendolo che la conquista non solo era possibile, ma era di fatto come già avvenuta. Di tutto ciò avrebbe voluto persuadere anche noi, che eravamo scettici per metodo e pessimisti per indole: «È fatta, è fatta! Non lo vedete come ci stanno guardando? Forza! Dai che è fatta!», ci diceva a denti stretti quando si accorgeva della nostra esitazione nel seguirlo. Ovviamente avevamo ragione noi, e non era fatta per niente, e quelle non ci guardavano affatto, non si erano nemmeno accorte della nostra presenza. A guardarci erano i loro fidanzati, di solito pugili medio-massimi in vacanza sul litorale siracusano, ansiosi di mantenersi in forma con qualche sparring spartner occasionale e inconsapevole. Nel 2000, Peppuccio L'Ormone però era ormai convolato a nozze, e questi episodi di autocombustione li aveva riversati in un ardente amore coniugale: da almeno un paio d'anni, grazie a Maria, lo davamo per guarito.

Invece, non appena messo piede sull'isola greca, José, detto ormai Peppuccio Il Placido, aveva cominciato a dare segni di irrequietezza. Già in aeroporto, si era allontanato con una scusa da sua moglie, e ci aveva raggiunto per segnalarci la presenza di un gruppetto di ragazze, a sua detta assai lubriche (vestivano castigati caftani alla caviglia) che secondo lui ci fissavano con lascivia (fissavano il nastro trasportatore, in attesa dei bagagli). Da quel momento in poi, a tutti noi fu chiaro che José avrebbe vissuto quella vacanza per interposta persona: proclamatosi nostro coach e sedutosi in panchina, ci avrebbe impartito fallimentari disposizioni tattiche, mandandoci allo sbaraglio contro chiunque. Se anche la proverbiale solidarietà maschile ci faceva ben comprendere la sua voglia di proiettare su di noi quel desiderio di caccia grossa che la nuova condizione di marito fedele gli proibiva di soddisfare, non era sufficiente a motivarci per quel genere di arrembaggi cui lui ci spronava. Il risultato fu che, già dopo i primi giorni, José/Peppuccio era visibilmente irritato dalla nostra insipienza: – Ragazzi, scusate ma state sbagliando l'approccio, dovete aggredire gli spazi in modo molto più capillare. – Che spazi, scusa? – Il campo va presidiato metro per metro, marcature strette. – Ci sono anche quelle che non ci interessa marcare. – In che senso non vi interessa? – Nel senso che alcune non ci piacciono. – Che vuol dire che non vi piacciono? – Vuol dire che non proviamo attrazione per tutte quante. – Me ne frego della vostra attrazione, capito? Voi siete qui con un obbiettivo precipuo. – Veramente noi... – Precipuo! – Cioè? – Dovete provarci con tutte. Provarci con cento per riuscirci una. – Stai scherzando? – Assolutamente no. Tutte. – Ascolta... – Tutte. A tappeto. – Ok, ma... – Tutte. – Sì, però quando non... – TUTTE!

Nonostante José suonasse questo genere di carica più volte al giorno, noi finivamo puntualmente per deluderlo. Se ne stava seduto a osservarci da sotto l'ombrellone e ogni volta che vedeva passare delle ragazze sole, scuoteva gravemente la testa al nostro indirizzo, come a dire che eravamo una gioventù da bruciare, indegni della libertà di cui ancora godevamo in quanto single. Effettivamente, dal punto di vista venatorio, eravamo un gruppo compatto eppure molto eterogeneo, nel senso che eravamo tutti impediti, inabili all'approccio e ancora più inconcludenti quando arrivava il momento di quagliare, però ognuno a modo suo: chi per eccesso e chi per difetto. Io appartenevo alla schiera dei timidi, e mai avrei osato rivolgermi a una sconosciuta, meno che mai ricorrendo al repertorio di trite scuse che mi venivano suggerite dall'eterno campionario di Peppuccio, le cui varianti apparivano talmente banali da risultare offensive perfino per me che avrei dovuto usarle (Scusa, hai una sigaretta? No? Bene perché io non fumo, ahahah). Stefano invece apparteneva al phylos dei primati, genere grandi scimmie, specie Orango:gonfio di muscoli esercitati nella solitudine della sua palestra casalinga, si era immotivatamente convinto di essere un maschio alfa, e per tanto si limitava a passeggiare lungo il bagnasciuga, con le braccia penzoloni e mostrando i pettorali, nella convinzione che sarebbero state le ragazze stesse a implorare i suoi favori sessuali. Quando si accorgeva che questa tecnica (dal lui battezzata «Della vetrina olandese») non produceva adescamento alcuno, era peggio: si avvicinava all'ombrellone sotto cui due delicate fanciulle si erano adagiate a leggere ditirambi giambi, e lo scuoteva come fosse stato un albero di noci di cocco, nella speranza di impressionarle col proprio vigore e la propria brutalità. L'unico effetto che sortiva era di farle scappare via terrorizzate (di solito, a quel punto saltavano di nuovo fuori i pugili medio-massimi e i pettorali di Stefano si ritraevano avvizziti).

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