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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2014 alle ore 08:33.
L'ultima modifica è del 30 settembre 2014 alle ore 17:37.

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Nell'agosto del 1999 Francesco Piccolo venne a Siracusa come inviato di Diario, il settimanale di Enrico Deaglio. All'epoca aveva già scritto qualche libro (Scrivere è un tic, Storie di primogeniti e figli unici, E se c'ero dormivo) però non era ancora famoso come scrittore. E nemmeno come giornalista.

Piccolo è del '64, nel '99 aveva già 35 anni, cioè 9 più di me e degli altri miei compagni di classe del liceo, che ne avevamo tra i 25 e i 26. In quell'estate, Francesco Piccolo – a causa del suo lavoro di cronista – passò diversi giorni a rivolgerci domande e farsi portare in giro per avere un'idea dei luoghi, dei familiari, e anche degli amici di Emanuele *, cioè noi.

Noi in quel momento ci sentivamo smarriti, avevamo bisogno di qualcuno a cui raccontare, nella speranza che raccontare ci aiutasse a raccapezzarci, così, più che come un giornalista, finimmo per percepire Francesco Piccolo come un compagno di scuola un po' più grande, uno dell'ultimo anno che difende i ginnasiali dagli scherzi di quelli del liceo. E forse fu anche per via di questo contatto, prolungato e intimo, oltre che per il suo talento, che scrisse i due articoli migliori mai apparsi sulla vicenda.

Io in realtà lo vidi poco, giusto un paio di volte, perché stavo prestando servizio civile a Pontedera, e dopo qualche giorno di licenza dovetti ripartire. Me lo presentarono, ci scambiai qualche parola, poi me ne tornai in Toscana, e dopo un po' dimenticai di averlo conosciuto.

La sera, finito il turno di barelliere a bordo delle ambulanze, mi sedevo al computer e scrivevo mail ai miei amici di Siracusa. Ero stato quasi obbligato a farlo, almeno una volta al giorno, perché in quel periodo eravamo tutti preoccupati, per non dire impauriti, dalle cose che potevano succedere dentro alle caserme, e avevamo preso l'accordo che quanti di noi erano alle prese con gli obblighi di leva avrebbero scritto ogni sera per rassicurare e dire che era tutto a posto.

La mail la usavamo quindi come una specie di chat, scrivevamo un rigo e subito arrivava la risposta, non erano lettere vere e proprie, non c'erano pensieri articolati dentro, anche perché in quel momento nessuno di noi riusciva ad averne.

In testa avevamo una specie di nebbia: non vedevamo a più di un metro, non capivamo cosa era successo, come era potuto succedere, cosa sarebbe successo dopo, e ogni parola che ci dicevamo tra noi, la dicevamo più che altro per soffiare il fiato fuori dalla bocca, tutti insieme, nella speranza che, uniti, saremmo riusciti a fare vento e disperdere almeno un po' di quella nebbia.

I più metodici passavano le giornate a raccogliere in una carpetta tutti gli articoli di giornale che uscivano, tenere un registro delle telefonate, annotare nomi e recapiti di chi avrebbe potuto fornire dettagli o essere utile alla nostra causa.

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