Domenica

Senza Colonna non è Manzoni

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Senza Colonna non è Manzoni

Hanno voluto che la sua fosse una prosa dell'obbligo, scolastica per decreto. Hanno deciso che il suo romanzo dovesse sopravvivere, per norma, come un relitto nel Mare dei Sargassi; o come una reliquia da esporre sull'altare, e riporre in soffitta dopo le sacre funzioni didattiche. Per ottenere così alti intenti, tutto si sono concesso. Nulla hanno risparmiato a Manzoni e ai Promessi sposi. Hanno manomesso il romanzo. Lo hanno scorciato. In nome di un pedestre scolasticismo, divenuto convenzione, si leggono I promessi sposi resecati del loro ultimo capitolo, la Storia della Colonna infame: il solo che esibisca la parola «Fine», valida per l'intero romanzo. E hanno eliminato le illustrazioni che, per volontà dell'autore, sono enunciazioni narrative: le quali arricchiscono e completano il racconto; lo orientano. Pancrazi e Calamandrei consideravano la Colonna infame un'opera «gelida». E infatti essa impone una reversione di lettura; e con calcolata slealtà antiromanzesca, dalla sua postazione finale entra dentro il romanzo di Renzo e Lucia come una lama di affilata e razionale "freddezza" che abbassa la temperatura della finzione letteraria; e sgonfia le astrattezze e le presunzioni che hanno un campione nell'Anonimo del Seicento. Manzoni confonde le piste. Fa credere di riscrivere, alla maniera di Walter Scott, l'oscura cronaca di un ignoto autore. E invece si sposta altrove, per collocarsi all'ombra del Don Chisciotte di Cervantes. Moltiplica i piani del racconto, li stratifica. L'autore primo dei Promessi sposi è Renzo Tramaglino, che si dilettava di raccontare a tutti le sue traversie. Fra gli ascoltatori capitò l'Anonimo, che di Renzo era amico cervantinamente "infedele": trascrittore e falsificatore. Il personaggio che scrive I promessi sposi, l'Autore, è lo scrittore ultimo: colui che confonde e smentisce l'Anonimo. Se il traditore secentesco è convinto di scrivere un'opera «contro il Tempo», d'innalzare cioè un «monumento» imperituro, l'Autore della Colonna infame lo rimbecca e lo smentisce. La letteratura non ha il compito di combattere il Tempo e di monumentalizzare. Si impegna invece a combattere contro l'errore, e a dimostrare quanti inganni e dolori, quanti orrori si nascondano spesso dietro l'artistica facciata di un monumento. Nella Storia della Colonna infame Manzoni smonta pezzo per pezzo il monumento, la Colonna, che avrebbe dovuto perpetuare nel tempo il ricordo del trionfo della giustizia sui presunti untori; e dimostra l'infamità di una carneficina, che fu una vera e propria strage di Stato. Il processo infame contro gli untori venne causato da due donnicciole che additarono un passante, e decisero che fosse uno spargitore di peste. Con questo tragico gesto si apre la Storia della Colonna infame. Ed è un episodio, questo, che il romanzo intitolato ai promessi, aveva già raccontato. Renzo aveva bussato alla porta di don Ferrante. Una donna si era affacciata alla finestra. Un'altra si era fermata sulla strada. Si era alzato un grido infernale, il «dàgli all'untore» di tutte le cacce all'innocente. La Colonna infame ritorna sull'episodio. E racconta come verità storica quello che prima era stato raccontato come finzione.
Renzo era andato a cercare Lucia in casa di Don Ferrante. Il romanzo non dà l'indirizzo dell'aristotelico che viveva di sillogismi e di falsa scienza. L'indirizzo è però nell'illustrazione, che esibisce cariatidi nella facciata del palazzo e due leoni scolpiti sulla porta. Don Ferrante abitava nella Casa degli Omenoni (non distante dalla casa di Manzoni), che era stata costruita da Leone Leoni (ecco le sculture che fanno targa), personaggio stravagante raccontato da novelle e romanzi barocchi, che l'aveva adibita a museo del falso. In quel museo Manzoni aveva collocato, e voleva che i lettori lo sapessero, la biblioteca di don Ferrante: "museo" non meno polveroso e insidioso di quello che aveva acceso fantasie cavalleresche nel cervello di don Chisciotte. Nel romanzo di Cervantes capita a don Chisciotte di ascoltare in una locanda due gentiluomini che parlano di lui, in quanto hanno letto la "falsa" narrazione delle sue avventure fatta dall'Avellaneda. A Renzo tocca di ascoltare, in un'osteria, il romanzo di spionaggio internazionale che gli era stato cucito addosso durante la rivolta del pane. L'espediente di Cervantes si impiantò sullo scrittoio di Manzoni. Tanto da suggerirgli un teatrino privato. Renzo arriva sulle sponde dell'Adda. È notte. Deve decidere se dormire su un ramo, in attesa dell'alba, o su un giaciglio a terra. Il personaggio ha buon senso. Si decide per il giaciglio, escludendo la robinsonata del disagevole ramo. Ma nel Fermo e Lucia, prima forma dei Promessi sposi, Manzoni l'aveva fatto dormire su un ramo come Robinson Crusoe nella prima notte sull'isola del naufragio. Renzo corregge se stesso, quando ancora si chiamava Fermo. Come Don Chisciotte è venuto a conoscenza del romanzo che Manzoni gli aveva fatto indossare.
Sottrae I promessi sposi all'inerzia dei luoghi comuni la nuova edizione del romanzo curata per la Bur da Francesco de Cristofaro, con la collaborazione di Marco Viscardi, Matteo Palumbo, Giancarlo Alfano e Nicola De Blasi. Il romanzo di Manzoni viene proposto con tutte le sue illustrazioni. Con la Storia della Colonna infame. E con un corredo di note, criticamente aggiornate: sempre puntuali, essenziali, mai ridondanti. Le illustrazioni sono qui commentate (come accade sempre più di frequente, solo da qualche anno a questa parte) insieme al testo scritto, e con lo stesso impegno. Del resto la scrittura di Manzoni ha una sua memoria visiva, che non va trascurata. E non va neppure ristretta ai ricordi importantissimi dei teleri milanesi del Seicento. Pieter Bruegel il Giovane aveva raccontato in pittura lo studio di un leguleio al quale (come nell'episodio manzoniano di Azzecca-Garbugli) ricorrevano i contadini con in mano polli e uova. E il Renzo che va dall'avvocato è "parente" del villanotto, con un cappello piumato in testa e un pollo tenuto per le zampe, che spicca nel Martirio di S. Alessandro del bergamasco Enea Salmeggia. Le bambole vestite da monache con le quali viene corrotta l'educazione di Gertrude sono già in un quadro di Chardin. Nei Promessi sposi le immagini stanno dentro la scrittura, e insieme a essa. L'introduzione di Francesco de Cristofaro è intitolata «Il romanzo sul tavolo da gioco». Ed è una guida alla lettura del romanzo. E anche un elegante e divertito "gioco" letterario, che si aggiunge ai tanti "giochi" che con la sua personale biblioteca di scrittore Alessandro Manzoni si concede. De Blasi, nel saggio che conclude l'edizione Bur, cita l'«impeccabile» commento linguistico di Teresa Poggi Salani. Rimanda cioè a un'altra edizione dei Promessi sposi, pubblicata dal Centro Nazionale Studi Manzoniani, con l'autorevole presentazione di Angelo Stella e le ricchissime note linguistiche della curatrice.
Questa seconda edizione del romanzo ha il pregio di radiografare magistralmente la lingua di Manzoni. Ha il difetto di non avere la Storia della Colonna infame e di dare solo qualche limitato esempio delle illustrazioni. Purtroppo la Colonna è stata pubblicata tempo fa, sempre dallo stesso Centro Manzoniano, in diverso e autonomo volume: come opera a parte; e senza le illustrazioni originarie, sostituite (inspiegabilmente) con quelle di Gaetano Previati, che nulla hanno a che fare con le vignette fortemente volute da Manzoni. L'errore sarà corretto, inserendo i due volumi in un cofanetto. Ci si accontenterà della toppa.
La Poggi Salani è interessata ai «vocaboli singoli», alla «fraseologia», ai «fatti fonomorfologici». Trascura alcune parole chiave, di portata «ideologica». Manzoni parla di «linguaggio segretariale» e di segretari. Non casualmente. Renzo sente il bisogno di scrivere ad Agnese. Ma non sa tenere la penna in mano. Si rivolge a un «segretario» rustico, di paese. Detta. Però non vuole dire le cose in maniera chiara. Il segretario capisce quel che può, e scrive alla carlona come può. La lettera raggiunge Agnese. Lei non sa leggere. Si rivolge a sua volta a un segretario improvvisato, che capisce ben poco, e ancor peggio riferisce. I due corrispondenti finiscono per non intendersi, prendendo e rendendo lucciole per lanterne. Involontariamente fanno il verso ai volponi della politica, rappresentati nel romanzo dal Conte-duca, che non lasciano intendere i loro «disegni»: «e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscono niente». Manzoni canzona i secenteschi «segretari di lettere» che, educati da un'abbondante manualistica, scrivevano sotto dettatura. E mette in ridicolo il tacitismo della politica barocca, facendo sua la burla del romanzo La donzella desterrada del secentista Biondi: il re Arato dettò un decreto «non volendo essere inteso» e pretendendo che da coloro che dovevano trasporlo in scrittura «si facesse come se l'intendessero»; «fu conchiusa una lunga diceria: chi la dettò non l'intese, per intendersi meno da chi non era per intendersi che male».
Manzoni sapeva giocare con la letteratura. E divertirsi. I promessi sposi è un grande libro. Deve continuare a stare nei programmi scolastici, ovviamente. È un classico che si rinnova nella lettura. Valga però questo appello di Umberto Eco agli studenti: «Leggetelo di nascosto, sotto il banco, come fosse un libro proibito». Il divertimento è assicurato.
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i libri di cui si parla
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Francesco de Cristofaro, Giancarlo Alfano, Matteo Palumbo, Marco Viscardi, Nicola De Blasi, BUR classici moderni (in collaborazione con l'Associazione Degli Italianisti), Milano pagg. 1.230, € 18,00
Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Testo
del 1840-1842, a cura di Teresa Poggi Salani, Presentazione di Angelo Stella, Edizione Nazionale
ed Europea delle Opere di Alessandro Manzoni, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano,
pagg. 1.266, s.i.p.