Domenica

Libertà e Sottomissione

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Libertà e Sottomissione

Parte prima. Il jihad globale, nella sua variante sunnita, è iniziato nel 1996 nella forma giuridica della fatwa di Osama bin Laden, la Dichiarazione di guerra contro gli americani che occupano la terra dei Due Luoghi Sacri, poi modificata nella formidabile fatwa Il jihad contro gli ebrei e i crociati– il che significa che, diciannove anni più tardi, abbiamo il diritto di chiedere: come va, il jihad? Benissimo, grazie.

Nel 1996 il mondo, nella sua maggioranza, non aveva mai sentito parlare di Osama bin Laden, anche se pare che fosse molto popolare tra i plutocrati e i principi sauditi. Ma guardate al jihad adesso, tra gli insorgenti islamisti in giro per il mondo, variamente armati e con varie definizioni religiose: ogni gruppo è caratterizzato da una propria peculiarità, eppure tutti trasudano lo stesso sapore fragrante di distruzione, assassinio, millenarismo e superstizione. Il jihad in certe regioni del Pakistan: florido, nonostante le campagne degli americani con i droni, l'arma più sofisticata del mondo. In Afghanistan: evidentemente imbattibile, a prescindere dall'opposizione della Nato, l'alleanza militare più potente del mondo. In Caucaso: lotta per la sopravvivenza, nonostante il pugno di ferro di Vladimir Putin, il dittatore più potente del mondo. In Yemen: una base affidabile per al-Qaida. Nella Striscia di Gaza: solidamente al potere, nonostante l'esercito israeliano, con jihad ancora più radicali che aspettano nell'ombra. Nella Cisgiordania palestinese: a caccia di potere. Nella penisola del Sinai: persistente e in crescita. Vivace lungo il confine occidentale dell'Egitto, vicino alla Libia. Nella stessa Libia: una delle forze più importanti che si contendono il potere. In Tunisia: una pestilenza minore ma cronica. In Mali e nel Sahel: lotta per la sopravvivenza, nonostante la presenza delle forze francesi. In Somalia: indistruttibile. In Nigeria: un successo spettacolare. In Niger: in crescita.

Ora il mio sguardo si volta nella direzione sciita, dove il jihad è ancora più antico e ha sempre assunto una forma differente, meno anarchica. La Repubblica islamica d'Iran dell'Ayatollah Khomeini: è stato il trionfo originario dell'islamismo, nel 1979. Nel 2009, la Repubblica islamica sembrava entrata in una fase decrepita, assediata da dissidenti famosi e dalle proteste nelle strade. Ma guardate l'Iran oggi. La sua ombra s'allunga egemonica attraverso l'Iraq, il Libano, parte della Siria, parte della Penisola arabica. L'alleato militare della Repubblica islamica in Libano, Hezbollah: più muscolare di sempre. In Yemen, di nuovo: un glorioso successo appena ottenuto dalla Repubblica islamica d'Iran, i cui alleati locali hanno ribaltato uno degli ultimi e durevoli successi delle Primavere arabe. La bomba iraniana: se ne sente il ticchettio. Guardate la Siria, dove pullula il jihad islamico, che ha portato a una guerra civile islamista tutti contro tutti, nella quale ognuno e tutti hanno prosperato: Hezbollah, il fronte al Nusra di al-Qaida, e la scheggia di al-Qaida, lo Stato Islamico. I successi dello Stato Islamico sembrano napoleonici: un evento nella storia militare mondiale. Peggio ancora: sono un'ispirazione per i giovani scontenti in tutta Europa, un po' come faceva Napoleone, solo senza le caratteristiche redentorie di Napoleone. Evidentemente lo Stato Islamico ha anche degli ambasciatori in Europa, così come ce li ha al-Qaida – come dimostrano i jihadisti in Francia e in Belgio, il cui messaggio diplomatico è fatto di massacri. Un trionfo per il jihad: in gran parte dell'Europa ogni istituzione ebraica è sotto la protezione delle guardie armate. E anche le guardie hanno bisogno di guardie.

Ricordo bene l'atmosfera una dozzina di anni fa, quando un manipolo di scrittori, me incluso, ebbe la temerarietà di suggerire che ci trovavamo davanti a qualcosa che assomigliava alla Guerra fredda – una questione di livello globale che sarebbe durata decenni, con guerre calde e scontri nascosti, con la capacità di reclutare molti milioni di persone. Uno scontro di potere che era anche uno scontro di valori: al fondo una lotta tra la democrazia liberale e i suoi nemici (anche se non c'è bisogno di ricordare che, durante la Guerra fredda, un'infinità di altri elementi e di orrori giocarono un ruolo). Questa valutazione fu considerata, dai nostri critici, melodrammatica ed egocentrica. La reprimenda fu severa. A essere onesto, potete sentire quelle stesse reprimende anche adesso. Ma noto, negli anni, che le parole delle persone che fanno queste reprimende ora suonano un pochino imbarazzate.

Parte seconda. Come possiamo spiegare diciannove anni di battute d'arresto globali (o anche di più, se si inizia a contare dalla rivoluzione di Khomeini)? Propongo una riflessione sulle teorie della guerra anti jihad. Negli anni è stato avanzato un gran numero di teorie: via via ognuna di queste si è dimostrata fallace e ha così dato spazio a una nuova teoria.

Ma poi anche la nuova teoria si è rivelata fallace, fino a che, come un uomo che inciampa per le scale, l'intera industria di produzione di teorie è crollata giù in un trambusto di sconcerto e confusione. Dal punto di vista dell'anti jihad, la storia di queste confusioni è la storia della guerra. Questo almeno può essere raccontato: la cronologia delle idee fallite. Inizia negli anni Novanta. Vale a dire:

Uno. La prima delle teorie anti jihad: la visione del poliziotto. Questa teoria, negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali, rispecchiava l'istinto iniziale, non appena si scoprì che era in corso un jihad violento. L'idea era di appendere un poster al muro: «Ricercato: vivo o morto» e di inviare una squadra di poliziotti, come se il jihad fosse una nave di pirati o una banda di rapinatori di banche. Al-Qaida fece esplodere le ambasciate americane nell'Africa orientale nel 1998, quando Bill Clinton era presidente, e Clinton diligentemente lanciò un attacco punitivo con i missili Cruise che faceva intendere che preferisse il “morto” al “vivo”. Ma non fu sufficiente. La causa islamista era grandiosa fino all'eccesso e la prospettiva del poliziotto era del tutto modesta. E così questa teoria primitiva di anti jihad diede spazio a:

Due. Una teoria più orgogliosa di anti jihad: la Filosofia della Storia - la cui grandiosità era inequivocabile. Il sostenitore principale di questa istanza era il successore di Bill Clinton, George W. Bush, il che ha senso se ricordate che, durante la rivoluzione dell'ex blocco sovietico del 1989, Bush qualche volta stette vicino a suo padre e si ritrovò a osservare quelle situazioni che portano per se stesse a una riflessione filosofica. E Bush trasse le sue conclusioni. Si persuase che gli eventi mondiali moderni sono dominati dallo scontro che si ebbe anche nel 1989, tra libertà e tirannia; che Dio e la natura umana sono dalla parte della libertà democratica; che l'America è l'amato campione della libertà democratica ovunque; e che la direzione liberale e democratica della storia è chiara. Dopo la caduta del muro di Berlino, visioni come queste videro i loro giorni migliori. Francis Fukuyama diede loro una svolta hegeliana nel suo trattato The End of History and the Last Man. E, con la filosofia della storia che fermentava nella sua immaginazione, nei giorni successivi all'11 settembre, Bush salì sulle macerie del World Trade Center con il megafono e guardò in direzione dei Paesi arabi e musulmani.

Si accorse che in tutti i Paesi musulmani c'erano al potere dei dittatori; che le masse gemevano nella povertà; che il terrorismo stava germogliando – non soltanto le singole organizzazioni jihadiste che avevano appena attaccato gli Stati Uniti, ma un bouquet di tendenze nocive e di gruppi, alcuni dei quali avevano attaccato gli Stati Uniti in altre occasioni. Nella visione di Bush, l'America aveva contribuito a questa situazione difficile sostenendo i dittatori per decenni. Era critico rispetto al passato dell'America. Voleva che l'America rovesciasse le sue politiche e giocasse un ruolo rivoluzionario, come aveva fatto nell'Europa orientale, ma questa volta con una spinta militare, con l'obiettivo di ribaltare in tutta la regione l'intero sistema politico marcio e violento in modo da avviare una fase di sviluppo illuminata. Questa era la teoria.

Solo che Bush e i suoi sostenitori unirono queste nozioni a tutti i possibili impulsi incompatibili: l'impulso di lasciare che le agenzie di spionaggio andassero fuori controllo, l'impulso di preferire la manipolazione alla persuasione, l'impulso di disprezzare i critici e gli oppositori politici e via dicendo, cosa che contribuì a far somigliare la sua Filosofia della Storia a una manipolazione fatta in nome di obiettivi nascosti. Bush finì per causare panico. Forse non aveva abilità politica. Certamente non aveva abilità amministrative. L'incompetenza militare è stata il suo fallimento finale. Ma soprattutto era vittima della sua stessa dottrina. Se si rifiutava di dare sufficiente attenzione a una cosa o a un'altra, era perché, al fondo, pensava che il destino fosse dalla sua parte e che le sue azioni modeste non importassero più di tanto. Questo atteggiamento, in particolare, si è rivelato inadeguato. E così, con il jihad nelle sue assortite versioni sunnite e sciite più floride che mai, la Filosofia della Storia ha cominciato a sfiorire, così come aveva fatto precedentemente la visione del poliziotto, lasciando spazio a un'altra analisi della guerra globale che si è rivelata con il successore di Bush. Si tratta della:

Tre. Terza teoria dell'anti jihad: un'Insalata Mista, che contiene tutte le teorie precedenti più un altro ingrediente occasionale – il cui punto principale è un giudizio politico. Tra poche ma influenti persone a Washington si è sparsa la convinzione che l'Islam moderato e i Fratelli musulmani potessero giocare un ruolo utile in un nuovo mondo musulmano democratico. Il presidente Barack Obama la pensava in modo simile. Così, nel formulare la sua nuova teoria anti jihad, Obama ha proposto di mostrarsi comprensivo verso il massimo tollerabile di argomentazioni islamiste. Gli islamisti, sia radicali sia moderati, avevano tratteggiato un conflitto globale vasto tra l'Occidente e il mondo musulmano, che loro attribuivano a un imperialismo continuo o a complotti dei crociati e dei sionisti o agli assalti culturali dell'Occidente. Obama ha accettato la parte del conflitto globale, e ne ha dichiarato l'accettazione con il discorso al Cairo del 2009, rivolto a tutto il mondo musulmano. Si è anche preso il disturbo di invitare tra il pubblico la Fratellanza musulmana. Solo che Obama ha attribuito il conflitto alle incomprensioni e non a qualcosa di minaccioso da parte occidentale. Ha spiegato che l'America non è un nemico. Ha rimproverato i francesi per la legge che vieta il velo nelle scuole pubbliche. Si è augurato di rimuovere le cause più grandi delle incomprensioni, lasciando intendere che fossero incarnate dalle politiche di Bush. Obama ha annunciato che, con la sua Amministrazione, la marea della guerra si stava ritirando. Ha gestito l'uscita degli eserciti alleati dall'Afghanistan e dall'Iraq, e poi ha ritirato le truppe americane dall'Iraq e ormai quasi dall'Afghanistan.

La sua idea era quella di ritornare all'approccio adottato da Clinton. Solo che nell'era obamiana il controllo poliziesco si è limitato a richiedere il dislocamento discreto di soldati americani, di consiglieri militari e di piloti di droni in uno sconvolgente numero di Paesi del mondo – e ogni volta pareva una guerra, anche se Obama ha sempre detto di no. E, forse, il ripiegamento sulla visione poliziesca ha causato ancora più guerre. Il ritiro di Obama dall'Iraq assieme alla riluttanza a intervenire in Siria hanno permesso allo Stato Islamico di ottenere i suoi straordinari successi. Così Obama ha rimandato poche migliaia di soldati in Iraq, ha lanciato una lunga campagna aerea in Siria e Iraq e in questo modo è tornato, anche, alla politica di Bush di dire una cosa (la marea della guerra sta ritirandosi) e di farne un'altra (inviare truppe).

L'analisi dell'Insalata Mista ha lasciato spazio anche alla Filosofia della Storia, come una specie di condimento o sapore aggiuntivo. La primavera araba, che Bush sperava di generare con la caduta di Saddam Hussein nel 2003, è finalmente scoppiata nel 2011 e subito Obama ha accolto l'idea che gli sviluppi rivoluzionari si accordano alla Storia stessa e ha messo gli Stati Uniti dalla parte della storia, in Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Siria. Solo che anche questa mossa aveva la sua peculiarità, soprattutto per l'entusiasmo di Obama nel coltivare i Fratelli musulmani e la causa degli altri islamici moderati. Gli islamisti moderati sono andati al potere in Tunisia ed Egitto, e in altri Paesi con un ruolo meno predominante. E, come è stato previsto da chiunque tranne che da Obama, dai suoi consiglieri e dai redattori del magazine Foreign Policy, gli islamisti moderati hanno aperto la porta agli islamisti radicali e sottotraccia una serie di jihad ha iniziato a proliferare. Naturalmente i jihad hanno generato molta indignazione tra i variegati popoli del Nord Africa e altrove. Sono scoppiate grandi manifestazioni contro gli islamisti. In Tunisia, gli islamisti moderati in effetti hanno dimostrato una certa moderazione nel rinunciare al potere. Ma in Egitto i Fratelli musulmani non hanno fatto nulla di simile e l'esercito ha costruito il suo popolarissimo golpe, per lo più umiliando gli Stati Uniti. In questo modo l'approccio Insalata Mista all'anti jihad ha lasciato che gli Stati Uniti, in modo del tutto accidentale, apparissero come l'amico tonto del jihad, all'inizio aiutando i Fratelli musulmani ad andare al potere, poi protestando contro la caduta della Fratellanza – un momento umiliante nella storia della stupidità americana in politica estera.

Ma, nel pensiero americano, la più grande peculiarità in questa fase di anti jihad era l'apparente fiducia nel fatto che, una volta che le forze della Storia con la “S” maiuscola fossero entrate in campo, e le masse avessero iniziato a chiedere democrazia, non ci sarebbe stato più un ruolo importante da giocare per gli Stati Uniti né per l'Occidente. Questo è stato esattamente l'errore di Bush. Bush ha permesso che l'Iraq, dopo la caduta di Saddam, soccombesse agli orrori del jihad e, proprio seguendo questo modello, Obama, François Hollande e altri leader occidentali hanno ribaltato il regime di Gheddafi in Libia, lasciando che allo stesso modo il Paese soccombesse al jihad. Il jihad dalla Libia si è esteso a Est e a Sud. La Siria ha offerto un esempio ancora peggiore dell'indifferenza occidentale nei confronti di questi esiti. Obama ha lasciato che l'opposizione siriana liberale e laica pensasse che l'America fosse dalla sua parte nello scontro contro il dittatore Bashar al-Assad. Ma l'America non era da quella parte. A beneficiarne è stato soprattutto il jihad. Con quali risultati, allora? Che cosa ha prodotto l'anti jihad nell'era dell'Insalata Mista?

Parte terza. Una fotografia ormai famosa racconta tutta la storia. È la foto magnifica della prima fila dell'enorme protesta di Parigi a gennaio dopo i massacri a Charlie Hebdo e all'épicerie ebraica Hyper Cacher – la foto in cui vediamo che marciano a braccetto Hollande e Angela Merkel, con Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, all'altro braccio.

Tutto a sinistra, c'è il premier israeliano Benjamin Netanyahu a braccetto con il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta, tutto a destra, il rais palestinese Abu Mazen a braccetto con Tusk. Politicamente la fotografia è bella. Guardandola, possiamo pensare che tra il 1792 e il 1945 la Francia e la Germania sono sempre state in guerra, distruggendo l'Europa: e ora marciano insieme. Lo stesso vale per la Polonia di Tusk e per la Germania della Merkel. Tutti sanno che Netanyahu e Abu Mazen non sono ancora pronti a marciare vicini, ma in questa foto lo stanno già facendo, indirettamente, attraverso i loro intermediari e gli altri leader – e questo potenziale è innegabile. Queste persone marciano contro il terrorismo. Ma anche in nome di qualcosa di più specifico. I jihadisti hanno ucciso lo staff di Charlie Hebdo per una ragione specifica, che è la stessa ragione che spinse l'Ayatollah Khomeini a ordinare di uccidere Salman Rushdie e i suoi editori nel 1989 e che ha portato a molti assassinii e minacce negli anni successivi. Questo è il progetto islamista di imporre un codice di blasfemia all'intero mondo – musulmano e no – il progetto di obbligare chiunque nel mondo a rispettare una richiesta oscurantista che limita l'immaginazione. È il progetto di imporre la sottomissione. Ma la gente ha marciato nelle strade perché non vuole sottomettersi. Insiste con la libertà. Forse non tutti i leader nella prima fila della marcia erano del tutto d'accordo con i vignettisti irriverenti e impudenti. Forse non tutti si sarebbero normalmente messi a marciare in strada in nome delle vittime di un negozio kosher. Non importa: le circostanze richiedevano ai leader politici di marciare e loro hanno colto l'occasione ed erano, almeno per quel momento, i campioni non soltanto dell'ordine ma anche della libertà.

Guardando la fotografia siamo anche portati a pensare che, anche se gli americani amano ripetersi che l'America è la più antica dimora della libertà e che la Francia è l'alleato più antico dell'America, il leader del Mondo Libero stranamente non era presente alla marcia. L'occhio scandaglia la fotografia. Forse non si vede perché nel momento dello scatto era un po' nascosto da qualcun'altro. No, Obama non c'è, ed è sconcertante.

Credo che nella foto Barack Obama non ci sia perché, avendo visto così tante teorie anti jihad rotolare giù dalle scale, ha finito per essere così confuso e disorientato da non capire che era suo dovere andare in Francia. Resta il fatto che è strano non vederlo a braccetto con Hollande e con gli altri – strano non vederlo sfruttare l'occasione per rinsaldare la grande alleanza e magari anche (perché no?) dare un'ulteriore e utile spinta a Netanyahu e ad Abu Mazen, e a qualche altra cocciuta personalità. L'assenza di Obama conferisce un ulteriore significato alla fotografia. L'immagine di questo raduno di dignitari, che a prima vista sembra trasmettere l'unità politica e la forza militare di una vasta comunità di nazioni, a guardare meglio svela un problema: è un'alleanza potente, ma senza l'elemento che possiede il potere. La foto finisce per esprimere incertezza invece di forza. Ed esprime anche una tragedia: questi capi di Stato in marcia a Parigi non stanno celebrando una vittoria, anche se la foto sembra essere celebrativa. Gli unici che finora hanno vinto sono i jihadisti. Una vittoria in più, questa volta nella città dei Lumi, l'ultima di migliaia di vittorie del passato e di altre migliaia che arriveranno.

Paul Berman. Nato nel 1949, newyorchese, ha scritto di cultura e di politica per molti dei più prestigiosi periodici americani. I suoi scritti hanno influenzato la sinistra liberal americana e scrittori come Bernard-Henry Levy e Martin Amis. Tra i suoi libri «Terror and Liberalism» («Terrore e liberalismo», Einaudi), «Power and the Idealists» («Idealisti e potere», Baldini Castoldi Dalai) e «The Flight of the Intellectuals». È columnist di IL

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