Domenica

Infanzia da Joyce

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Infanzia da Joyce

La notizia è che James Joyce è morto. Mica solo nel 1941. Crepa tutti i giorni: abbandonato sugli scaffali, citato per posa, effigiato sui magneti. Chi lo sfoglia più? Quanti editori oggi avrebbero il coraggio di pubblicarlo? Pochi, temo, come restano in pochi a leggerlo nonostante l'appartenenza al canone e le recenti ritraduzioni di Terrinoni e Celati. Eppure ogni tanto qualcuno si mette in testa di scrivere un romanzo audace, sfidando l'etichetta di “illeggibile” e rischiando di cadere nel girone degli inediti o, peggio, in un circolo di unhappy few, occhialuti e snob, che vedono la luce del giorno solo quando la biblioteca chiude (e comunque fuori è buio).

Questa volta ci ha provato Eimear McBride, un'esordiente irlandese che, guarda caso, in un'intervista ha raccontato di avere tenuto presente una dichiarazione d'intenti del suo conterraneo: «Una buona fetta dell'esistenza viene attraversata in uno stato che non si può rendere percepibile attraverso l'uso di un linguaggio cauto, di una grammatica classica e di una trama lineare». Tradotto: nove anni per trovare un editore.

NELLA MENTE DI UNA BAMBINA
È un'antica chimera modernista, quella di poter restituire l'andamento delle nostre sinapsi in un groviglio di parole che si avvicini alla materia magmatica dell'ego (“flusso”, in realtà, non rende l'idea). Che cos'è la percezione? Che cos'è il ricordo? Come agiscono su di noi e come vengono filtrati dalla mente e dal linguaggio, per approdare alla pagina? Se una delle strade è quella di riordinare la falsificazione memoriale che chiamiamo “passato” in un'esposizione diligente, l'altra è quella di consegnare a chi legge una parte di quella nebbia che vela a noi stessi ciò che eravamo. Recitava un bestseller di Frank McCourt: «Un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». E qui non si fa eccezione. Fin dalle prime righe di A Girl Is a Half-formed Thing (Faber&Faber) entriamo nella mente di una bambina che si rivolge per tutto il libro al fratello maggiore. Il destinatario del discorso ha un tumore al cervello e pare che non sopravviverà. La madre è una cattolica fanatica e il padre li ha abbandonati. Saranno le preghiere, ma il tumore va in remissione, sebbene il ragazzo resti mentalmente offeso. Agli abusi sessuali dello zio, la nipote reagisce con una feroce promiscuità sessuale: «Dire sì è una forma di potere». Il resto della trama non è silenzio, ma caos funesto.

UN SISMOGRAFO EMOTIVO
Tutto questo sarebbe straordinaria e tragica amministrazione di una certa letteratura, se non fosse per lo stile sincopato, che fin dalla prima pagina recita: «So. Sbagliato. È un. Si chiama. Sangue dal naso, mal di testa. Quando non reggi. Cadono tazze e piatti lei dice pulisci. Ah giovane dice lui lascia in pace il ragazzo. Cade dall'altalena. Non riesce o. A reggersi. Scivola sul fango. Batte la. Povera testa fasciata e il sangue che filtra. Lei senti la nausea della cosa. Testa del piccolo. Ssh!».
È come se Edna O'Brien avesse adottato la prosa di Beckett, franta e ingarbugliata, cercando un ottundimento più realistico del realismo. Se la poesia, come diceva Wordsworth, è l'emozione rievocata in tranquillità, in questo Bildungsroman interiore, la poesia è tornare al tormento di un'infanzia buia, gettarsi in quel vortice visceralmente doloroso con tutte le armi della lingua. Come un sismografo emotivo, ogni tanto lo stile di McBride si distende, poi vibra di nuovo, registrando i momenti più intensi con uno scavo urticante. A volte espone semplici dialoghi senza virgolette, a volte altera la punteggiatura, oppure arruffa la sintassi, lasciando sempre intravedere il senso della frase e il sentimento della situazione, tanto che alla lunga il ritmo diventa ipnotico e la ferocia di certe scene entra sottopelle più di quanto forse non avverrebbe in una narrazione canonica.
Credere che la narrativa sperimentale non abbia più senso, per lasciarla solo alle serie tv o alle graphic novel, è sciocco, non solo perché A Girl è leggibile (e rappresenterebbe una bella sfida per un editore italiano), ma perché gli audaci che si avventurano per quelle bande restituiscono un servizio prezioso ai futuri narratori: Virginia è parte di Zadie; Jean-Luc, di Quentin. E questo reportage dal cranio di un'adolescente tormentata, pubblicato da un piccolo editore e acquistato da una major, dopo avere vinto tra gli altri il Bailey's Women's Prize for Fiction ed essere stato sostenuto dal passaparola, si è fatto spazio con la nuda forza del talento.

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