Domenica

Un Dio arbitro di molti popoli

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Un Dio arbitro di molti popoli

«Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti, e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie, e possiamo camminare nei suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti, e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, e le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (da Isaia,capitolo 2,1-4).

Questa splendida visione ricorre anche nel libro di Michea. Non mi interessano le discussioni accademiche su chi abbia per primo descritto le molte nazioni affluire a Gerusalemme – Isaia o Michea o un ignoto profeta che fu la fonte per entrambi; e neppure cercherò di capire quando la descrizione venne pronunciata o scritta. Queste non sono questioni rilevanti in questa sede.

Il secondo capitolo di Isaia è chiaramente un testo messianico, poiché descrive gli ultimi giorni, non i nostri giorni, eppure le sue profezie non suggeriscono la rottura radicale descritta invece nel capitolo undici (se si accetta l’interpretazione “forte”). Al contrario, è la visione di un mondo che è differente ma non così difficile da immaginare; di certo non è un mondo innaturale o denaturato. Sebbene il testo possa non suonare realistico alla prima lettura – è una visione, dopotutto – voglio difendere il suo realismo. Voglio anche convincere chi legge che questa è la migliore delle concezioni della pace bibliche, e che è il resoconto di una società internazionale che potremmo persino ambire a realizzare.

La descrizione maimonidea del tempo messianico, con la sua alternativa a un’interpretazione letterale dei versetti sui lupi e gli agnelli, probabilmente è conseguente alla lettura ravvicinata di testi come questo. La visione di Isaia, comunque, non comincia con l’accettazione da parte di tutta l’umanità della vera religione – in questo senso è come il trattato di pace fra Acab e Ben-Hadàd, che non richiede la conversione di Ben-Hadàd. Il secondo capitolo di Isaia comincia più modestamente parlando di «molti popoli» (non tutti i popoli) che si esortano l’un l’altro a imparare le vie del Signore: «Venite, saliamo… ci indicherà le sue vie». Il profeta immagina una disponibilità ad apprendere che ovviamente non esisteva al suo tempo, ma è una disponibilità e non ancora la fede ciò che le sue parole descrivono. Non è proprio trionfalismo religioso (sebbene vi si avvicini) e, cosa che è di maggiore importanza per noi, non vi è qui alcun trionfalismo politico. Israele non è vittorioso in battaglia, né domina in modo imperiale nella visione di Isaia. Ci sono passaggi profetici – proprio in Isaia – che descrivono i re israeliti mentre ricevono il tributo dei vicini sconfitti, ma qui non vi è niente di tutto ciò. In effetti sarebbe difficile formulare un resoconto biblico di un dominio imperiale universale – persino per un re davidico – poiché è solo Dio che può essere, come dice il profeta Zaccaria, «re su tutta la terra». Maimonide intende questo secondo testo di Isaia giustamente quando insiste sul fatto che i profeti «non desideravano i giorni del Messia affinché Israele potesse esercitare il dominio sul mondo o governare sulle nazioni, o essere esaltato dalle nazioni».

Il Dio che insegna e la legge che viene insegnata nella visione di Isaia sono singolari in natura ma i popoli che salgono sono al plurale, e la loro pluralità è la chiave, credo, per intendere il significato profondo del testo. Il pluralismo è espresso nel pieno della sua forza nella versione di Michea della profezia, quando conclude con un passaggio che ha provocato molti commenti:

«Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre».

Ciò sembra essere incoerente con il versetto precedente «e noi cammineremo sui suoi sentieri», dove “suoi” è riferito al “Dio di Giacobbe”. Al contrario, in questo versetto del libro di Michea “suo” si riferisce decisamente ad altri dei. Tuttavia il testo include anche il riferimento al Dio di Giacobbe, quindi dobbiamo immaginare i popoli camminare simultaneamente nel nome di diversi dei, presumibilmente in diverse direzioni, cosa che è impossibile persino nel tempo messianico, fintantoché il mondo segue il suo corso normale. Michea offre quello che credo sia il riconoscimento più radicale del pluralismo religioso nell’intera Bibbia. Focalizzerò l’attenzione, tuttavia, solo sul testo di Isaia, dove il pluralismo non è di carattere religioso ma etnico o nazionale.

Vi saranno ancora “molte nazioni” nell'era messianica. Questo fatto segue al rifiuto dei profeti di assicurare un dominio universale a Israele. Dato il programma di riduzione degli armamenti che Isaia descrive – spade riconvertite in vomeri, lance in falci – queste nazioni dovranno vivere in pace, non perché abbiano un deterrente rispetto al combattere, ma perché non avranno armi con cui combattere. Niente spade né lance, e neppure carri, né carri armati. Tuttavia non vivranno in armonia.

Vi saranno ancora conflitti e dispute fra loro, che richiederanno i giudizi di Dio e i suoi rimproveri. Egli «sarà arbitro fra molti popoli». Questo è un versetto straordinario: che cosa stanno facendo per richiedere l’attenzione critica di Dio? Non sappiamo a che cosa stia pensando qui Isaia, probabilmente non al commercio internazionale, sebbene gli affari commerciali possano fornire anche occasione per giudizi e rimproveri. In ogni caso, Isaia non immagina certamente l’armoniosa coesistenza di lupi e agnelli. Eppure ci viene chiesto di credere che questa non è solo una condizione migliore rispetto a quella che conosciamo; questa è la promessa di Dio per gli ultimi giorni – non vi sarà niente meglio di questo.

Quando leggo gli scienziati politici contemporanei descrivere «la fine del sistema di Westfalia», il prossimo «superamento dello Stato-Nazione» e argomentare una forma o l’altra di governance globale, penso sempre al secondo capitolo di Isaia. Il profeta descrive effettivamente un tipo di governo universale, ma include solo uno dei tre poteri convenzionali: Dio da Gerusalemme ha solamente la funzione di giudice in una corte mondiale. Suppongo che lo si debba immaginare come giudice nell’applicazione dei suoi regolamenti – «arbitro» dovrebbe voler dire questo. Tuttavia egli agisce solo dopo il fatto, come fa ogni corte; lascia le decisioni (il legislativo) e l’autorità esecutiva di prim’ordine nelle mani delle molte nazioni, che è proprio ciò che gli odierni fautori della “fine della sovranità” non intendono fare.

Nella visione di Isaia, il pluralismo è una caratteristica permanente della vita umana e della società internazionale, e le molte nazioni tutte sono, e saranno persino negli ultimi giorni, sovrane e autodeterminate – altrimenti non potrebbero a buon diritto essere rimproverate per ciò che fanno. Sebbene questo non sia in alcun modo esplicito un testo sulla libertà, è proprio la libertà il suo tema profondo. La pluralità delle nazioni e la libertà delle nazioni stanno assieme. La visione di Isaia è volontarista fin dal principio: «Venite, saliamo» è un invito, non un comando.

E i conflitti che richiedono il giudizio di Dio devono essere nondimeno opera di popoli liberi.

Isaia è un universalista, ma il suo universalismo lascia molto spazio alla particolarità.

Molte nazioni libere che vivono liberamente sotto un’unica legge – questa è la sua visione. Dobbiamo farla nostra? Potremmo preoccuparci di una corte mondiale nella quale i giudici sono umani piuttosto che divini – una corte di sette, o nove, o ventuno uomini e donne piuttosto che un singolo Dio onnisciente che applica una sola legge; potremmo voler porre dei limiti all’estensione e all’energia dei suoi “rimproveri”.

Potremmo anche voler lasciare spazio all’insegnamento e all’apprendimento descritti dal profeta. Tuttavia questa è una visione con cui fare i conti. Non siamo in grado di far andare d’accordo pacificamente lupi ed agnelli, ma siamo in grado di far vivere “molti popoli” insieme nella pace? Questa è almeno una possibilità.

(Traduzione di Thomas Casadei
e Gianmaria Zamagni)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

IL SAGGIO

Il saggio di Michael Walzer,
«Ideali di pace

nella Bibbia ebraica»,
è
contenuto nel nuovo numero di «Ars interpretandi.
Rivista di ermeneutica

giuridica», 2/2014,
in questi giorni in libreria per Carocci
(il saggio,

tradotto da Thomas Casadei e Gianmaria Zamagni,
è alle pp. 13-24).

Si tratta di un fascicolo monografico,
a cura di Marina Lalatta
Costerbosa, dedicato
a «Diritto,
forza, comunità.
Leggere

e interpretare

Michael Walzer»,

che raccoglie,

oltre a quello di Walzer, contributi,

tra gli altri,

di Francisco

J. Ansuategui,

Thomas Casade, Gianfrancesco Zanetti.

http://bit.ly/ars-interpretandi