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Esplorazione nella giungla bizzarra

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RANE

Esplorazione nella giungla bizzarra

Sono passati anni da quando Lost mi teneva attaccata al televisore. Se penso alla serie Abc creata da J.J. Abrams, mi soffermo soprattutto sulla sua capacità di generare una paranoia collettiva. Agli autori riconosco il merito di avermi fatto scoprire libri che non avrei mai intercettato: in un episodio, il personaggio di Sawyer legge L'invenzione di Morel, il romanzo di fantascienza di Adolfo Bioy Casares del 1940 per cui Borges avrebbe speso volentieri la parola capolavoro, se solo non fosse stata un eufemismo. Il libro di Casares parla di un fuggitivo sperduto su un'isola popolata da turisti pronti a scomparire, che non riesce a comunicare con una donna di cui si invaghisce e incontra solo sulla spiaggia a certe ore, prima di scoprire che gli strani fenomeni fisici e cinetici che affliggono l'isola sono opera di un personaggio controverso di nome Morel. La sua influenza sulla serie è evidente, e fa parte del metodo con cui Lost ha perseverato per sei anni: alludere per non dire, dilatare la sua mitologia trangugiando cultura pop e filosofia per risultare abbastanza complesso e potente da generare solo domande, vanificando il desiderio delle risposte. Una tattica furba e stimolante, e quando Lost è finito ha creato un vuoto di immaginazione difficile da colmare.

Oggi siamo in una fase in cui science fiction e distopia sembrano non passarsela bene: non offrono una nozione di futuro e guardano spesso al passato. Dave Eggers prova a confrontarsi con la distopia digitale ne Il Cerchio e vacilla, Christopher Nolan con Interstellar non trova idee filosofiche migliori se non una melensa new sincerity in cui sarà l'amore a salvarci tutti. La fantascienza contemporanea è spesso retromaniaca e induce il sospetto di aver esaurito la sua capacità di immaginare anche solo un'alternativa. Chi è che oggi riesce ad appagare il desiderio di alterità che il genere porta con sé e ha sufficiente materiale e credibilità per riconfigurarlo?

Il candidato migliore probabilmente è Jeff VanderMeer, autore della Southern Reach Trilogy, il cui primo volume, Annientamento, esce per Einaudi (traduzione di Cristiana Mennella). Ambientata nell'Area X, una zona degli Stati Uniti al centro di esplorazioni paragovernative di cui prevedibilmente non si può sapere molto, la trilogia parte dalla missione di quattro studiose – una biologa, una psicologa, un'antropologa e una topografa – che atterranno in una zona minacciosa e ambigua, in cui la natura ha avuto la meglio sulle vestigia architettoniche del passato (o del futuro) e di cui devono decifrare il significato cercando di resistere alle interferenze, spesso più psicologiche che fisiche, cui sono esposte in un luogo di transizione.

La serie di VanderMeer, che ha spopolato ovunque sia stata pubblicata, è un'affascinante evoluzione del genere New Weird di cui l'autore è stato alfiere. Anche se la definizione fa venire in mente riviste con dei blob fosforescenti in copertina e conferenze universitarie a cui partecipano solo steam-punk e hacker, in realtà trattasi di una branca letteraria abbastanza nobile che fonde horror, romanzo psicologico e fantasy, rinunciando a scenari del tutto irreali per immergere i personaggi in un contesto verosimile i cui confini diventano sempre più appannati. In sintesi: niente J.R.R. Tolkien, molto H.P. Lovecraft, tantissimo Andrej Tarkovskij. E non a caso l'Area X somiglia ora a un paesino minerario abbandonato ora a una giungla che si disvela progressivamente, luoghi a cui la letteratura ci ha abituato. Ma la sensazione più bella data da Southern Reach Trilogy è quando non ricorda proprio niente: contiene interi filoni di filosofia e fantascienza occidentale, ma ha una mitologia meno sfacciata di quella di Lost. Ogni lettore può ritrovare quello che vuole all'interno di un sistema davvero complesso. Il lamento costante tra le paludi e le maree della Zona X mi ha fatto pensare al pianto del bambino in Rumore Bianco di Don DeLillo, e messo la stessa angoscia dello squillo del telefono a vuoto in C'era una volta in America. Ma è molto probabile che le pagine piene di scricchiolii e riverberi oscuri faranno provare agli altri lettori incubi e deliri di tipo diverso.

A un certo punto di Annientamento, la biologa dice: «Quando vedi la bellezza nella desolazione qualcosa dentro di te cambia. La desolazione cerca di piantare radici nel tuo intimo». È come se VanderMeer si recensisse da solo: la Southern Reach Trilogy è desolata e bella, una febbre bassa e prolungata che ti infetta. Per una letteratura che sembrava aver trovato ogni anticorpo possibile, è un sollievo scoprire che c'è ancora la capacità di ammalarsi.

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