Domenica

Il Grande Romanzo Americano (e la caricatura nostrana)

PROLOGO

Il Grande Romanzo Americano (e la caricatura nostrana)

C'è una fotografia del 2006, scattata a Capri durante il festival Le Conversazioni, che è tipo la Leopolda della letteratura angloamericana. A destra e a sinistra dei due ideatori della manifestazione, Antonio Monda e Davide Azzolini, ci sono cinque giovani scrittori, rappresentanti di una nuova generazione di romanzieri di lingua inglese. Sono David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides. Al momento dello scatto nessuno di loro aveva vinto premi importanti e, come ha scritto qualche anno dopo il New York Times, il quintetto sembrava in gita scolastica più che a un simposio letterario, anche perché nel 2006 l'editoria americana continuava a ruotare intorno ai formidabili Philip Roth, Don DeLillo, Cormac McCarthy, John Updike e Toni Morrison, gli insuperabili cantori del secolo americano (e delle sue contraddizioni).

Con la morte di Foster Wallace (2008) e l'uscita di Libertà di Franzen (2010) le cose sono cambiate. I grandi vecchi hanno lasciato il passo ai nuovi: David Foster Wallace è assurto a mito; Zadie Smith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides sono entrati stabilmente nel club dei letterati più apprezzati; mentre Jonathan Franzen, be', Jonathan Franzen è diventato il Grande Romanziere Americano (copyright Time magazine).
In occasione dell'uscita del nuovo romanzo di Franzen, Purity – nelle librerie americane il primo settembre e in quelle italiane, per Einaudi, a febbraio – pubblichiamo in anteprima un lunghissimo estratto del libro, la Parte II intitolata La Repubblica del Cattivo Gusto (nella traduzione Einaudi di Silvia Pareschi).

Lo trovate in coda a questo numero.
Nella storia di copertina, Francesco Pacifico racconta perché Franzen è l'autore più importante di questa epoca e perché il nuovo romanzo conferma questa tesi. Matteo Marchesini, invece, spiega i tentativi recenti, e spesso grotteschi, di una generazione di romanzieri italiani che convive con l'ossessione e la velleità di scrivere un Grande Romanzo Nazionale. I risultati non sono sempre lusinghieri, anzi in alcuni casi sono involontariamente comici. Anche perché, scrive Guido Vitiello, la via più battuta dal giovane scrittore nostrano per avvicinarsi al nirvana della nuova epica italiana non è quella di scrivere un romanzo popolare e avvincente. Giammai. La scorciatoia tipica prevede l'affiliazione a una delle tante camarille culturali in grado di garantire legittimità a quella che in realtà è la caricatura di una scena letteraria. Ed è caricatura, anche, del Grande Romanzo Americano (GRA) di cui i libri di Saul Bellow, Philip Roth, Bernard Malamud, e oggi di Franzen, sono gli esempi massimi: per questo ogni volta che qualcuno parla di GRA italiano a me vengono in mente le uscite del GRA romano rese celebri da una fenomenale parodia vendittiana di Corrado Guzzanti.

Ci sono le eccezioni, ovviamente: i romanzi di Alessandro Piperno, di Sandro Veronesi e, tra i più recenti, quello di Leonardo Colombati, 1960. L'ultimo caso è quello del romanzo di Edoardo Nesi, L'estate infinita. Non è soltanto un bellissimo libro, credibile, divertente e scritto molto bene, è un romanzo che interpreta lo spirito del tempo attraverso una storia familiare, imprenditoriale e di immigrazione che ci ricorda la straordinaria forza del carattere italiano – quel misto di sfrontatezza, ottimismo e dedizione al lavoro grazie al quale abbiamo vissuto alcuni decenni di boom economico. Un manifesto politico contro gufi e rosiconi in forma di romanzo. Altro che storytelling. Altro che narrazione. Altro che chiacchiere.

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